Ero sdraiato, completamente nudo, sopra di una terra arida ma morbida come sabbia, e mi svegliai, e le nubi erano nere come la più fonda delle notti, e scrosciavano pioggia mista a grandine e tempesta, e fulmini scuotevano i cieli, e le nubi si laceravano lasciando cadere fiumane di sangue.
Così mi alzai, e i miei piedi lasciavano le mie impronte dietro di me, ed esse si riempivano di acqua e sangue, per poi disfarsi.
Ed in lontananza al mio fianco vidi una lunga costola di roccia, e sopra di essa si ergeva una torre bianca dal tetto in pietrine, ma mi tenni lontano da quella costruzione, perché sapevo che dentro di essa si aggiravano fantasmi e spiriti delle tenebre.
Così continuo sul terreno intrapreso, e mi accorgo che esso, per quanto spazioso, in realtà è sospeso nel vuoto, ed altre torri intravedo, su altre costole di roccia, disposte a raggiera intorno ad esso.
Finché, mentre proseguo, le torri iniziano a vorticare rapidamente, tagliandomi il passo, ma, incapace di fermarmi, come spinto da mano invisibile, proseguo il mio cammino, e mi accorgo di attraversarle incolume, sebbene grandine, pioggia e sangue si scaraventino contro di esse.
E così mi ritrovo in una foresta, sulla quale proseguo il mio viaggio, finché di fronte al mio percorso incontro un Angelo dalle ali spiegate, dai lunghi capelli biondi e dalla tunica bianca tutta fitta di disegni di occhi aperti, collegati da tramature rosse, ed egli reggeva una spada verso il cielo, e ne contemplava la punta, finchè sopra di essa non s'ebbe il riflesso d'un raggio di sole, che squarciò le nubi, e portò via esse e la spaventosa tempesta.
E poi ci incamminammo su un sottilissimo sperone di roccia, sul quale non si sarebbe posata la metà della pianta del piede, ma noi, pur non parlando di nulla, camminammo sopra di esso agevolmente affiancati, e sopra di noi brillava un sole che aveva due ali bianche che battevano.
Così tornammo nella foresta, ed incontrammo un uomo vestito di blu con delle bandoliere incrociate sopra il petto, che portava nella mano una lunga bacchetta la cui base posava a terra, ed il cui culmine era un sole fiancheggiato da bianchissime ali, ma passammo oltre e non parlammo con lui.
E poi proseguimmo ancora per la foresta, finché incontrammo una creatura il cui volto pareva una maschera, e i cui occhi erano molto grandi, portava un cappuccio blu da sotto il quale sporgevano due orecchie piccole e appuntite, ed anche la sua semplice tonaca era di colore blu, e la copriva fino ai piedi, e io pensai che si trattava di un Pooka. E il Pooka parlò con noi nella sua lingua scoppiettante ma leggermente strascicata, e mi parve ripetere sempre la stessa sillaba, indicandoci con il braccio una casetta bianca dal tetto in pietrine nelle vicinanze.
E allora io e l'Angelo varcammo la soglia della casa, la cui porta in assi di legno era aperta, e ben presto si fece buio, e soltanto si vide un gigantesco triangolo rosso ergersi nell'oscurità.
E poi il triangolo si fece verde, ma bordato d'arancione, e in esso comparve un occhio.
E poi si dissolse, e tanti triangoli molto più piccoli si diffusero nel buio, alcuni con uno, altri con due occhi, e i loro ghigni erano grotteschi e divertiti e mostravano canini da vampiro.
E infine furono esplosioni simmetriche come mosaici, colorate di verde, giallo, blu, e rosso, e tra di esse si muovevano gli orologi disposti a paia, ed i quadranti di uno guardavano verso l'aggancio dell'altro, ma non avevano né lancette delle ore, né lancette dei minuti, né lancette dei secondi, perché essi in realtà non erano quadranti, ma erano occhi.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
venerdì 8 agosto 2008
Il Quindicesimo Aethyr
Venni assorbito dentro il cristallo di eliotropio, e mi accorsi che le sue venature erano come scalinate e salite, e ponti sospesi nel vuoto, mentre le sue fratture erano come crepe estese sulle mura e sulle torri.
Quanto mi circondava era di colore verde scuro, tendente al nero, e all'improvviso, nei cieli e sulla terra, sulle mura del palazzo e sulle scale, si aprivano occhi di un nero tale da sembrare fenditure perfettamente circolari nel tessuto dell'Aethyr, per poi richiudersi subito dopo aver osservato.
Così, mentre percorrevo i merli di una muraglia, appoggiandomi ad essi, vidi in lontananza un gigante di pietra attorniato da uomini muniti di lance, pietre e bastoni, e lo vidi scatenare tutta la sua potenza distruttiva contro quelle genti, e tempestarle di colpi, con effetti spaventosi, ma sempre nuovi uomini giungevano, ed aprivano brecce nel corpo del mostro, via via più ampie, finché quello, domato, rovinava al suolo ed andava in pericolosi frantumi.
Perché udivo squilli di trombe e fanfare, musiche di guerra e tamburi, e ovunque eserciti muoversi, mentre il cupo frastuono degli arieti rombava contro le porte rinforzate in ferro battuto, ricoperte da frecce che fischiavano e crepitavano ovunque in nugoli, e poco mancò che non ne fossi colpito.
Poi guardai a terra, ed assistetti ad uno spettacolo pietoso e triste, di cadaveri di animali rovesciati al suolo, di tutte le specie, e d'uomini caduti nella loro folle guerra, mischiati a quelli d'altre creature, d'Elfi, Giganti e Nani, provenienti dalle montagne verdi oltre il Confine, tutti riversi al suolo, privi di vita.
E mentre ero in preda alla disperazione e al dolore per quella guerra inutile, vidi alzarsi da terra un bagliore che si faceva via via più intenso, fino a prendere forma umana, e ne emerse un Angelo dallo sguardo di pietra, che portava un pezzo di pane in una mano, ed un grappolo d'uva nell'altra, e capii che era Auriel, ed Egli mi parlò e disse:
Non potrai entrare in questo Palazzo,
In cui risiede la Vergine Aradia,
Ella è da tempo sotto assedio,
E troppo ostacoleresti i movimenti
Delle milizie in sua difesa.
Sono troppi i movimenti del conflitto
Deciso dall'uomo contro Natura,
Guardati attorno, il campo di battaglia,
La vita che l'uomo senza sosta strappa
Fatica nel disastro dirupato
A trovare nuova forza ed alimento.
E le pietre sfaldate tra cui t'aggiri
Sono lapidi di certo ammonimento
Sopra un futuro che per ora è incerto,
Perché senza Equilibrio non v'è Gioia,
E senza Gioia nulla si conquista,
Che non resti alle spalle come perso
Da chi procede come in furia cieca,
Tale da distruggere un pianeta.
E fu così che la Visione si interruppe, sì, fu così che la Visione si interruppe.
Quanto mi circondava era di colore verde scuro, tendente al nero, e all'improvviso, nei cieli e sulla terra, sulle mura del palazzo e sulle scale, si aprivano occhi di un nero tale da sembrare fenditure perfettamente circolari nel tessuto dell'Aethyr, per poi richiudersi subito dopo aver osservato.
Così, mentre percorrevo i merli di una muraglia, appoggiandomi ad essi, vidi in lontananza un gigante di pietra attorniato da uomini muniti di lance, pietre e bastoni, e lo vidi scatenare tutta la sua potenza distruttiva contro quelle genti, e tempestarle di colpi, con effetti spaventosi, ma sempre nuovi uomini giungevano, ed aprivano brecce nel corpo del mostro, via via più ampie, finché quello, domato, rovinava al suolo ed andava in pericolosi frantumi.
Perché udivo squilli di trombe e fanfare, musiche di guerra e tamburi, e ovunque eserciti muoversi, mentre il cupo frastuono degli arieti rombava contro le porte rinforzate in ferro battuto, ricoperte da frecce che fischiavano e crepitavano ovunque in nugoli, e poco mancò che non ne fossi colpito.
Poi guardai a terra, ed assistetti ad uno spettacolo pietoso e triste, di cadaveri di animali rovesciati al suolo, di tutte le specie, e d'uomini caduti nella loro folle guerra, mischiati a quelli d'altre creature, d'Elfi, Giganti e Nani, provenienti dalle montagne verdi oltre il Confine, tutti riversi al suolo, privi di vita.
E mentre ero in preda alla disperazione e al dolore per quella guerra inutile, vidi alzarsi da terra un bagliore che si faceva via via più intenso, fino a prendere forma umana, e ne emerse un Angelo dallo sguardo di pietra, che portava un pezzo di pane in una mano, ed un grappolo d'uva nell'altra, e capii che era Auriel, ed Egli mi parlò e disse:
Non potrai entrare in questo Palazzo,
In cui risiede la Vergine Aradia,
Ella è da tempo sotto assedio,
E troppo ostacoleresti i movimenti
Delle milizie in sua difesa.
Sono troppi i movimenti del conflitto
Deciso dall'uomo contro Natura,
Guardati attorno, il campo di battaglia,
La vita che l'uomo senza sosta strappa
Fatica nel disastro dirupato
A trovare nuova forza ed alimento.
E le pietre sfaldate tra cui t'aggiri
Sono lapidi di certo ammonimento
Sopra un futuro che per ora è incerto,
Perché senza Equilibrio non v'è Gioia,
E senza Gioia nulla si conquista,
Che non resti alle spalle come perso
Da chi procede come in furia cieca,
Tale da distruggere un pianeta.
E fu così che la Visione si interruppe, sì, fu così che la Visione si interruppe.
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