venerdì 17 ottobre 2008

Il settimo Aethyr

Finché a noi si avvicinò una nave, ed era tutta in legno, e la sua prua era cesellata a forma di drago, e dai suoi fianchi si alzavano ali spuntonate, e dalla poppa una coda aguzza di scorpione, mentre sopra l'albero maestro al vento oscillava il nero stendardo dei pirati. Ma quanto mi intimorì di più, era l'essere essa tutta gremìta di quei Dèmoni dall'aspetto tremendo ai quali a fatica ero riuscito a fuggire, ed essi erano tutti rivestiti di armi e armature, sì, erano tutti rivestiti di armi e armature.
E non mancò molto che entrambe le navi fossero bersagliate da nugoli di frecce, e sull'uno e sull'altro dei ponti le genti cadevano, mentre sempre più il rostro della nave nemica si appressava al fianco della nostra.
E poi ci fu l'impatto, e lo scafo, e la chiglia, ed ogni parte del nostro legno vibrarono violentemente sotto l'impeto di quell'urto, e noi cademmo a terra sbilanciati, mentre quei predoni del mare, esperti in manovre di guerra, si rovesciavano sulla nostra imbarcazione con urla selvagge e spaventose.
E allora ci fu battaglia sul ponte della nave che iniziava ad imbarcare acqua, ed erano molti quelli che cadevano sotto la violenza delle armi, ed io mi accorsi che il sangue di quei Dèmoni era di un nero fangoso e putrido, mentre quello dei miei ospiti era di un oro risplendente, e, la battaglia rimanendo incerta per lungo tratto, io afferrai la spada lasciata al suolo da uno dei miei compagni caduto, e mi affrettai ad immergermi nella battaglia.
E non passò molto che mi ritrovai coinvolto in singolar tenzone contro una di quelle infami creature, ed essa digrignava i denti e grugniva, e urlava e tentava di azzannarmi, roteando con grande maestria e abilità il suo tridente, dal quale mi difendevo arretrando e parando come potevo, finché un suo fendente non mi fece scivolare la spada di mano, per condurla a volare alta nell'aria, e poi tuffarsi in acqua.
E allora rimasi impietrito nell'incertezza, perché da un lato avrei voluto tornare a combattere ed aiutare i miei ospiti, e dall'altro ero stato terrorizzato da quanto era successo, e così, spaventato e avvilito, osservavo voltandomi a destra e a sinistra lo svolgimento della battaglia, che mi sembrava protendere a nostro favore, sì, mi sembrava protendere a nostro favore, ma poi credetti di morire, e non vidi altro che rosso e nero.
E mi svegliai in un letto caldo e teporoso, e vi era una donna bruna e dagli occhi scuri ad accudirmi, e le chiesi che cosa fosse stato, e lei mi raccontò che lo scontro contro i pirati era stato vinto, sì, che lo scontro contro i pirati era stato vinto, e che i marinai erano sbarcati in città, ma che lei non conosceva le ragioni di quello sbarco, e che io ero svenuto perché ero stato colpito alla testa, e che avrei rischiato serie conseguenze, se non fossi stato affidato alle sue cure, e così mi aveva accudito con erbe e pozioni, e con decotti e radici, e aveva curato il mio male, poi mi accorsi tastando con le dita di una grossa benda dietro la mia nuca.
E allora mi offrì un semplice pasto a base di passato di verdure con fette di pane e miele, e c'era anche un bicchiere di latte saporito e appena munto, ed altre delizie di frutta e verdura. Ed io mangiai abbondantemente, e non potei fare altro che ringraziarla, ma lei accolse con un sorriso i miei inchini, e poi ci salutammo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

lunedì 6 ottobre 2008

L'ottavo Aethyr

E precipitai, precipitai in quel buio per un tempo così esteso che non ne saprei dire l'uguale, ed i miei visceri si contorcevano per l'effetto della caduta, e le gambe parevano prendere il posto delle braccia, e le braccia quello delle gambe, e la testa rimanere centrale nel tronco, perché in quell'oscurità precipitando, privo di ogni punto di riferimento, persi la percezione stessa del mio corpo. Ma quanto fu che accadde di peggio, è che mi apparvero volti maligni e distorti fluorescenti in quella tenebra, e da essi si dipartivano mani e artigli adunchi, e cercavano di abbrancarmi e di prendermi, per portarmi alle loro bocche talmente aguzze di zanne, che alcune di queste, non trovando posto in esse, sgorgavano da pustole sanguinolente e putride poste sotto i nasi, o sulle guance, o nelle cornee o nelle pupille.
Ed io caddi, caddi, e continuai a cadere, finché, in un impeto di disperazione, mi si fece come certa la realtà della morte, perché, contro qualunque cosa avessi impattato, sicuramente non avrei avuto buona ventura.
E invece precipitai in un muro d'acque che sembrò dilatarsi per accogliermi, e, fattosi morbido, mi avvolse completamente, ed io poco alla volta recuperai il controllo delle mie membra intorpidite, e, gravato da questa nuova apnea, risalii nuotando in superficie.
E fu allora che mi accadde di vedere quell'infinita distesa d'acque, sotto un cielo che era di notte, e solo in quel momento compresi che ero precipitato all'incontrario, e che ero ritornato in quell'enorme specchio, sotto il quale si nascondeva il palazzo di Adraman, e che da qualche parte, all'orizzonte, si celava quell'oasi che tante amarezze mi aveva creato, così, raggiunta quella speranza dell'essere vivo, la smarrii di nuovo, perché temetti di rimanere fino all'inevitabile conclusione in quel letto di acque, o che quei Dèmoni maligni che avevo intravisto nei corridoi mi riportassero, raggiungendomi, dal terribile Adraman, ormai sicuramente rigeneratosi dal suo sangue sparso, dai suoi nervi lacerati, dalla sua carne strappata e dai suoi capelli sparpagliati.
Ma fu quando mi sentii scoraggiato nel profondo dell'anima, che vidi in lontananza formarsi un punto sopra le acque, e quel punto si fece forma geometrica indistinta, e quella forma geometrica indistinta si fece trapezio, e quel trapezio si munì di segmenti che si levavano verso il cielo, e quel trapezio munito di segmenti che si levavano verso il cielo si fece infine una lignea nave vera e propria, ed essa era munita a prua di una figura scolpita di Angelo, che con una mano puntava verso l'orizzonte, mentre nell'altra portava un gomitolo di corde e sartiami per vascelli.
E così fui caricato a bordo, e i marinai portavano tuniche di colore verde, e non avevano pelle, ma squame di colore dell'oro, ed i loro occhi scuri, dai quali si dipartivano dei fumi neri, risaltavano particolarmente tra le palpebre dorate che li circondavano, e parevano piccoli fari che, invece di proiettare luce, proiettassero tenebra. Pure non mi sembrarono malvagi: parlavano tra loro un linguaggio metallico e ronzante, e fecero di tutto perchè mi trovassi a mio agio e per rassicurarmi, nonostante vicendevolmente non comprendessimo le nostre lingue; e allora ebbi l'intuizione che si trattasse di una specie inizialmente malvagia e violenta, forse anche più distruttiva dei Dèmoni di Adraman, ma che fosse riuscita a convertirsi ad un insegnamento angelico, e che questo trovasse la sua epitome e il suo simbolo nella figura dell'Angelo posta a prua, ed indicante l'orizzonte con un dito, e recante un gomitolo di corde e sartiami nell'altra.
E viaggiammo per giorni e giorni, e vidi l'estensione del cielo riflettersi nello specchio delle acque, e lo specchio del cielo riflettere l'estensione delle acque, e venni nutrito con pesce che veniva pescato per me, sia pure a malincuore, perché dovevano avere quegli esseri una qualche forma di parentela con le creature marine, assieme a delle gallette che i marinai masticavano usando come condimento una scura poltiglia dall'odore pungente e nauseabondo, che prelevavano dalle stive della nave.
Non vi era grande allegria e felicità in quel punto, solo un ordine preciso e rigoroso, meticolosissimo, che veniva seguito dai marinai nell'esercizio delle loro funzioni, e che si riconosceva particolarmente quando incrociavamo altre navi, le cui attività rispecchiavano perfettamente le nostre, e con il capitano delle quali il nostro ufficiale scambiava brevi comunicazioni nel suo cristallino linguaggio.
Ed io, così diverso da loro, in quella situazione mi sentivo, pur trattato con tanta gentilezza, estraneo, e c'erano momenti in cui avrei preferito tornare a gettarmi in acqua, piuttosto che sopportare un secondo di più quel supplizio di solitudine, ed unico mio conforto era la Luna, alla quale sempre più spesso si volgeva il mio sguardo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

sabato 4 ottobre 2008

Il nono Aethyr

Avvolto nel buio più tetro, compreso del più doloroso tremore e della paura più vigorosa, non so per quanto tempo, o per quali luoghi io venni portato, soltanto che mi sforzai, quasi nuotando in quell'ambiguo carico, di raggiungerne il fondo.
E poi il coperchio venne alzato, e la luce di torce innumerevoli agganciate alle pareti di quella strana stanza si rovesciò dentro lo scrigno, ed io, con l'unico mio occhio che non fosse con il resto del corpo seppellito vivo lì dentro, vidi che mi trovavo nel mezzo di un groviglio di corpi umani accatastati, e dove avevo trovato ruvido, quelli erano i muscoli, e dove avevo trovato flaccido, quello era il grasso, e dove avevo trovato aggrovigliato e arruffato, quelli erano i peli e i capelli.
E rimasi lì a lungo, e non saprei dire quanto, ma mi accorgevo che col tempo il carico sopra di me sembrava farsi sempre più leggero, e spesso mi capitava di sentire strani rumori, come di martelli, coltelli, seghe e denti, ma anche di rulli, catenacci e cinghie. Finché il peso si affievolì si fece esiguo, e muoversi sarebbe stato altrettanto pericoloso che rimanere fermi, e allora mi alzai lentamente, e sporsi con cautela la testa fuori del baule, e vidi attorno a me decine di contenitori come quello in cui mi trovavo, e da ognuno di essi emergevano corpi che, come quelli nei quali ero immerso, rilucevano di una materia trasparente, oleosa ed untuosa. Ma ancora più terrificante fu quanto vidi attorno, perché ero in una stanza tutta costruita in lamine di ferro sottili e molto taglienti, ed ovunque, sulle pareti, sul pavimento e sul soffitto, si distinguevano larghe strisce di sangue incrostato.
Ma al centro della stanza, così che potesse agevolmente muovere le braccia verso gli scrigni, e sollevare da essi i corpi, vidi torreggiare un gigante alto quasi tremila metri e cinquecento, ed esso aveva sei gambe, e sei stolide teste esso aveva, ed anche sei braccia, ed in una mano teneva una mannaia, e in un'altra una sciabola, e nella terza una sega elettrica, e nella quarta un martello da guerra, e nella quinta un mattarello, e nella sesta una mazza ferrata, ed al suo fianco si trovava una larga tinozza, piena di un vino dall'odore forte ed intenso, perché egli era Adraman, uno dei figli di Semjaza sopravvissuti al diluvio: i giganti mangiatori di uomini. E davanti a lui era la mia bilancia, ed il mio cuore era sul piatto sinistro, e la mia piuma era sul piatto destro, e la mia lira cadeva dal suo collo agganciata ad una lunga e spessissima catena, molto robusta, perché la usava come ornamento e come medaglione.
E poi Adraman prese da uno dei bauli una manciata di corpi, e li fece a pezzi con la mannaia, e ne tritò le ossa con la sega elettrica, e li pestò ripetutamente con la mazza ferrata e li riempì di buchi, e ne fece un impasto sottile con il martello da guerra, che poi stese con il mattarello, e che infine sistemò sulla punta della sua sciabola, per intingerlo nel vino, mentre dappertutto si rovesciava il sangue: e fu allora che mi accorsi che quella materia trasparente, densa ed untuosa di cui i corpi erano rivestiti, non solo impediva di morire, ma toglieva al corpo ogni sensibilità, tranne quella al dolore, perché l'impasto che il gigante stava avvicinando alla bocca continuava a tremare e a sussultare anche dopo essere stato intinto nel vino, ed egli divise quell'orrendo biscotto tra i suoi sei volti, che ne masticarono lentamente e ne inghiottirono i frammenti, e su ognuna di quelle facce deficienti si dipinse in successione un sorriso placido e compiaciuto. Ma poi Adraman azionò un congegno, ed una botola della dimensione di un uomo si aprì davanti a lui, ed in essa i suoi sei volti sputarono le ossa che non erano state ben tritate, perché non si incuneassero nei denti, assieme a quanto non avevano trovato digeribile, in un profluvio di saliva, mentre io mi accorgevo atterrito che anche quei pezzi tremavano; e poi, finalmente soddisfatto del pasto, si spostò di peso sopra una piattaforma presente al suo fianco, e tutte le lamine di cui era costituita la stanza presero a vorticare e a volteggiare, a chiudersi e a riaprirsi, mostrando colori sempre diversi ed ipnotici, od il vuoto oltre la stanza, ed ogni faccia delle lamine mi accorsi che era incrostata di sangue rappreso, e, dalle espressioni soddisfatte dei suoi volti, capii che il gigante stava giocando. Allora un'idea mi sovvenne, e mi rannicchiai nel baule, ed attesi, finchè il gigante, appesantito dal pasto e ipnotizzato dal gioco, decise di smetterlo, e, liberandosi della piattaforma, bloccò il vorticare delle lamine, tornò al posto che occupava precedentemente, e finì per addormentarsi.
Allora mi levai, per avvicinarmi cautamente al gigante e alla bilancia, e sollevai con la mano destra il cuore dal piatto sinistro di essa, e lo scagliai contro le trippe del gigante, e contro i rotoli di grasso che gli scendevano abbondanti dal collo, e che si erano formati esclusivamente da carne umana, ed esso ivi si perse e temetti di averlo smarrito lì dentro per sempre, ma poi ottenni l'effetto voluto, e quegli elastici cuscinetti di adipe lo rispospinsero verso di me come un sasso che venga scagliato da una fionda, ed io ne colsi la traiettoria, ed aprii la bocca, e lo ingoiai, cosicché esso tornasse per sempre al suo posto, come infatti avvenne. Ed intanto il gigante ancora dormiva, ed io sollevai la piuma dal piatto destro con la mano sinistra, e la inserii dentro il marchingegno della botola, ed essa si aprì davanti ai miei piedi, lasciandomi intravedere solo il buio e una caduta senza fine, e in ultimo sollevai la bilancia con entrambe le braccia, e la posai sopra la piattaforma a fianco del gigante, sopra la quale egli si posava per far volteggiare le lamine, ed io vi salii con essa, ma ancora non fu sufficiente, perché ben ferme esse erano, e decisi di saltare con tutta la mia forza sopra la piattaforma, e così feci, e più volte, e con sempre maggior vigore, e, pur non muovendo le lamine, facevo comunque molto strepito, finché il gigante aprì un occhio, e poi il gigante aprì l'altro occhio, accorgendosi di me, ed avventandomisi contro, portando la mia lira proprio davanti al mio volto.
E fu proprio in quel momento che le lamine iniziarono a vorticare, facendogli a pezzi le gambe.
Ed io mi ritrovai sotto una pioggia di carne, sangue, ossa e midollo, ed i miei occhi erano semichiusi a causa di essa, ma riuscii ad afferrare la mia lira ed aggrappato ad essa mi sospinsi vigorosamente e riuscii a raggiungere la botola, volteggiando sopra le lamine rotanti, mentre il gigante urlava il suo dolore ed il suo astio come centomila anime dannate.
E rimasi aggrappato alla lira e alla catena nell'oscurità della botola, finché anche il collo di Adraman non venne anch'esso sfracellato, e allora precipitai nell'oscurità e nella tenebra senza fine.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

martedì 30 settembre 2008

Il decimo Aethyr

E così nuotai a lungo, ed ogni speranza di sopravvivere vieppiù si allontanava sopra di me, mentre diverse volte credetti i miei polmoni già deboli tradirmi ed abbandonarmi implodendo a causa dell'apnea.
E avevo paura, e più volte mi costrignevo a non tremare, per non perdere il mio scarso controllo del nuoto, e quando credetti ormai giunta la fine, mi accorsi che questa sembrava concretizzarsi in un palazzo sottomarino dalla bellezza abbagliante.
Tutto bianco esso era, ma di un delicato blu cobalto erano le finestre, e le guglie dei casamenti e dei minareti erano rosse, e tanto grande, e massicio e robusto era quel palazzo che neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo, no, neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo.
Lo fiancheggiai per un poco, mentre la vista mi si faceva oscura, ed i polmoni premevano per l'agonia, finché raggiunsi una finestra un poco aperta, ed entrai, e vidi che le acque si appiattivano contro di essa, senza varcarla.
Allora avanzai sopra un tappeto rosso bordato d'oro, e attorno a me trovai divani e poltrone orientali, e scrigni e forzieri e bauli chiusi, e bracieri e torce accese. E raggiunsi una porta in legno, e l'aprii, affacciandomi sopra un vastissimo corridoio, e vidi creature vestite con livree e tuniche bianche, che generalmente portavano grembiuli rossi bordati d'oro, tanto che il tappeto presente anche lì sembrava continuare in essi, e questi apparizioni spettrali di braccia e teste e gambe separate che si muovevano come fantasmi, e copricapi di carta appuntiti che portavano vergati sopra caratteri arcani in finissime lettere d'inchiostro dorato.
Richiusi la porta, tremante, perché quelle genti avevano la testa come quella di un pesce, e i loro occhi erano chiarissimi, e da essi si dipartivano sottili ed abbaglianti fasci di luce, e portavano sulle mani e sui piedi verdi e sui volti scaglie appuntite ed umide di rettile, ed artigli assai affilati, e molte di esse, dallo sguardo minaccioso, le uniche ad avere canini appuntiti e sporgenti che scendevano fino al mento, goccianti un veleno corrosivo, erano munite di tridenti, reti, archi, asce, spade e bastoni.
E tremavo vigorosamente, temendo il peggio, perchè da un lato quelle creature terrificanti mi sbarravano il passo, e dall'altro un muro di acque, che sapevo non sarei riuscito ad affrontare nuovamente, mi chiudeva la via.
Più volte percorsi la stanza avanti e indietro, sempre cercando con un occhio qualche anfratto per ripararmi, in caso di bisogno, e mai trovandolo, e con l'altro facendo attenzione alla porta, che non si aprisse, e a volte mi avvicinavo a questa, pensando di presentarmi e di sperare nel meglio, altre tornando alla finestra aperta, ed immergevo il dito in quel freddo muro d'acqua, tentando di farmi animo, senza riuscirci. e di riaffrontare quel percorso, ma chiedendomi se sarei riuscito a varcarne ancora la superficie, perché la lontana oasi mi sembrava ormai come una botola chiusa sopra la mia testa in qualche punto lontano ed introvabile.
Non so quanto durasse la situazione, ma poi sentii dei passi avvicinarsi, e delle voci via via meno distanti dialogare in un linguaggio strascicato e gutturale, pieno di schiocchi e di scricchiolii, fastidiosissimo per l'orecchio, tale da dare l'impressione che il timpano fosse costantemente in procinto di scoppiare. E sentii quelle voci proprio dietro la porta, e fu un bene per me che si attardassero nei colloqui, ché, senza più esitare, tentai i bauli e gli scrigni e i forzieri che mi sembrarono della mia taglia, e, per malaventura, tutti trovai chiusi a chiave, finché, proprio mentre la porta cigolava lasciando avvertire dei passi, ecco che ne raggiunsi uno aperto, e mi ci tuffai dentro, e, preso dal terrore, non badai al contenuto di esso, che mi sembrò in alcuni punti flaccido, in altri ruvido, in altri ancora aggrovigliato e arruffato.
E le voci si interruppero, e sentii come il rumore di possenti narici che annusino, e tremai violentemente, perché nonostanti tutte le mie considerazioni paurose, pure non avevo fatto i conti con la potenza del loro olfatto, e ricordai la bilancia e la piuma e la lira, ma soprattutto il mio cuore perduto, e con esso, la mia umanità, e temetti il peggio, ma l'unico fatto che avvenne fu che sentii sollevare irruentemente da terra il baule nel quale mi ero nascosto, ed io, chiuso al buio e allo stretto tra cose di cui non sapevo, non potei fare altro che attendere, e farmi animo come potevo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

mercoledì 24 settembre 2008

L'undicesimo Aethyr

Così fuggii da quel palazzo e mi ritrovai di nuovo nel deserto, ed esso si estendeva a perdita d'occhio ovunque attorno a me. Ed avanzai come il Sole avanza, e i miei piedi affondavano nella sabbia, e ne uscivano rimuovendo la polvere e i sassi, così che ogni passo era un'agonia che gravava sulle mie ginocchia, e non v'era nulla in quel luogo cui potessi implorare misericordia.
Ed ecco che la lira era legata a tracolla sulla mia schiena, ed il braccio della Bilancia, che sostenevo con gli incavi dei gomiti, tenendo le braccia piegate ad angolo, gravava dietro il mio collo, e in una mano tenevo la piuma, e nell'altra il mio cuore, perché temevo, riponendoli nelle mie tasche, di smarrirli nelle sabbie di quel deserto, e di non ritrovarli mai più.
E l'arsura mi bruciava la gola, ed il braccio della Bilancia mi pesava sul collo, facendosi via via più pesante, o almeno così mi pareva, e la lira pareva volermi trascinare all'indietro e farmi cadere, e sicuramente se fossi caduto, non sarei più riuscito ad alzarmi, mentre il mio sguardo costantemente ricadeva sul cuore pulsante nella mia mano, tanta era la mia paura di perderlo tra quelle sabbie.
E nessun Angelo venne a visitarmi in quell'Etere, nessuno ad aiutarmi, nessuno a confortarmi, tant'è che lo credetti il riflesso astrale di questa esistenza terrena in cui, pur venendo per apprendere, spesso non si impara nulla, oppure si viene costretti a dimenticare quanto si è appreso con tanta fatica, a causa della necessità di combattere il Male.
Ma almeno ero libero dalle necessità del sonno, e marciai per così tante ore, che ogni riga di questo scritto non basterebbe a contarne tre, e vidi più volte il sorgere e il tramontare del Sole, e la Luna istillarmi speranza facendosi sempre più piena e luminosa, mentre le stelle in cielo brillavano sul mio cammino, lasciando filtrare la luce dell'Infinito.
E poi giunsi ad un'oasi di grande splendore, ed essa era ricca di palme e di datteri e di noci di cocco, ed un limpido specchio d'acqua si estendeva a riflettere il cielo del mezzogiorno. E così le noci di cocco e i datteri offrirono ristoro alla mia fame, e la mia sete fu confortata dal latte e dalle acque, e, vinto dalla stanchezza, caddi in profondo deliquio.
Ma quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, sì, quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, e grande fu la mia paura, e grande fu il mio terrore, e posi la mano sul mio petto, come per rintracciare un cuore che non c'era più, e sentii il desiderio di lasciare sgorgare le abbondanti lacrime della mia disperazione, ma mi accorsi che non ne ero più capace, perché avevo perso la mia umanità.
E allora seppi con certezza che le mie cose erano state portate sotto le acque, sì, che sotto le acque le mie cose erano state portate con certezza io seppi, e senza alcuna esitazione in esse mi tuffai.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

martedì 23 settembre 2008

Il dodicesimo Aethyr

E allora risorsi come Orfeo, sì, risorsi come Orfeo risorge dalla Croce del Dieci, e seppi qual'era lo scopo della mia missione, e perché avessi intrapreso il pericoloso viaggio tra gli Eteri nascosti, ed era per ritrovare la mia Euridice, la mia perduta Euridice, giacché mi fu concesso di ritornare, ogni duemila anni, a cercarla.
Così venne a me un Angelo di rara bellezza, sì, di rara bellezza Egli venne, e mi recò una lira in osso di plesiosauro, le cui corde erano in budello di pterodattilo, e suonava e cantava un'aria di cui non si era ma conosciuto l'eguale, ed era una confessione tale da negare ogni possibile infrazione, ed io potei apprenderla a memoria, al primo ascolto.
Così l'Angelo, che recava in una mano un flagello d'argento e nell'altra un pastorale fatto della sostanza del fulmine, che portava una cintura del più levigato cuoio, la cui fibbia era dell'oro più pregiato incastonato di pietre preziose, e la cui tunica era immacolata come la più candida delle nevi, tale che i miei occhi venissero abbagliati allo splendore di essa, mi condusse attraverso il deserto fino a un Tempio che si stagliava sopra il baratro ai confini della Terra.
E allora venni condotto presso il Dio Anubi, ed Egli mi guidò attraverso scalinate senza conclusione e corridoi senza fine, le cui pareti erano decorate dei più incisivi geroglifici, tali da non poter più essere dimenticati, una volta visti, finché non raggiungemmo una vasta Sala, ai lati della quale Quaranta Giudici dallo sguardo severo erano seduti, sì, Quaranta Giudici dallo sguardo severo erano seduti, e di fronte a me si ergeva una Bilancia, e il Trono di Osiride si stagliava oltre di essa.
E il Dio dei Morti si levò dal Suo Trono, e venne a me senza profferire motto, e pose la sua mano sul mio petto, e lo attraversò senza farmi alcun male, estraendone il mio cuore palpitante. E pose poi quel cuore sopra il piatto sinistro della Bilancia, mentre sull'altro poneva Anubi una leggerissima piuma, e, giacché i piatti iniziavano a pencolare pericolosamente, io volli sfuggire alle loro mannaie, e misi mano all'arpa, e iniziai a recitare, e a cantare, e a accompagnare la Confessione Negativa che avevo appreso dall'Angelo, cosicché si rendesse noto che non avevo commesso infrazioni. Ma allora un grande clamore si levò nella Sala, e i Quaranta Giudici dibattevano, sì, i Quaranta Giudici dibattevano, mentre il Dio Osiride e il Dio Anubi rimanevano immobili e attenti, il primo a un capo, il secondo all'altro della Bilancia.
Poi tutti coloro che mi circondavano, e con essi gli Dèi medesimi, perdendosi nel dibattimento si fecero sempre più evanescenti, e facendosi sempre più evanescenti, si perdevano nel dibattimento e vieppiù scomparivano, e fu allora che diagnosticai che erano forme-pensiero o Archetipi, sì, che Archetipi o forme-pensiero essi erano, e contro di loro avevo disputato e avevo vinto, finché nient'altro rimase in quella Sala oltre alla Bilancia, e alla leggerissima piuma e al mio cuore sopra di essa.
E allora posi sotto il braccio la mia lira, ed afferrai con la mano destra il mio cuore e con la sinistra la leggerissima piuma, e mi allontanai da quel luogo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

lunedì 1 settembre 2008

Il Tredicesimo Aethyr

Giunsi in un territorio rudivo e brullo, laddove fontane di lava e fiumi di magma sgorgavano e fluivano senza sosta, il luogo era arido come non saprei raccontare: temevo il caldo e avevo molta sete.
Sopra di me si alzava un Sole più luminoso di ogni sole, ed esso era una testa di leone, ed un Uomo era crocefisso sui denti del leone, ed i suoi polsi erano inchiodati ai canini, e le caviglie agli incisivi, ma il leone non ne soffriva, ed il costato dell'Uomo grondava di un sangue che era la vita, e che, laddove cadeva, trasmutava il magma in latte e miele, e le rocce in cespugli frondosi e ricchi di farfalle e di api, sì, trasmutava il magma in latte e miele, e le rocce in cespugli frondosi e ricchi di farfalle e di api. E ad occidente e ad oriente del Sole si ergevano due lune sopra le montagne, e quella ad Est era crescente, ma quella ad Ovest era calante, e anche sulle due lune erano crocefissi due uomini, e di essi si riusciva a intravedere soltanto la metà del corpo. Ed ecco che l'uomo sulla luna calante aggrediva con male parole l'Uomo del Sole, perché mancava di metà della sua Luce, mentre l'uomo sulla luna crescente benediceva, lodava e glorificava l'Uomo del Sole per quella metà della sua Luce che riceveva, e così Egli gli disse che presto sarebbe venuto a rifulgere della Luce più piena e vigorosa, e quegli ne gioì nel cuore, e ne provò grande felicità, sebbene per metà fosse sepolto nelle tenebre.
Ma io tentai vanamente di nascondermi a quel Sole-che-tutto-vede, e raggiunsi il costone di una montagna e l'ombra che ne ricadeva, ed oltre di esso, in vetta a un sentiero tortuoso e impervio, una torre bianca, la cui sommità era tutta contornata e decorata di volti grotteschi, scolpiti tra i merli, e davanti all'entrata di essa mi accolse una donna vestita di blu e dai capelli rossi, e un enorme pitone si avvoltolava attorno al suo corpo, ma leggera come una piuma era la sua stretta, e sopra la sua spalla era accoccolato un demonietto dalle scaglie blu, e dai capelli rossi.
Ed essa non parlò, ma levò i suoi occhi neri verso di me, e la sua cornea era bianca come il latte, e, dopo avermi offerto un sorso dalla brocca delle sue acque per confortare la mia sete, mi porse i suoi baci, e i suoi abbracci, e le sue carezze, sì, mi porse i suoi baci, e i suoi abbracci, e le sue carezze, e mai più da allora conobbi voluttà maggiore di quella, che pareva non avere mai fine, in un delirio di oscurità della coscienza segnata dalle più alte vette dell'estasi, e il demonietto vorticava volando sopra di noi, nell'interno della torre, e pareva trarre nutrimento e grande vigore da quel piacere privo di ogni controllo che noi provavamo.
E in seguito raccolsi le mie cose, e salii la lunga scala a chiocciola all'interno della torre, raggiungendo la sommità di essa, per scrutare l'orizzonte, e ovunque levassi lo sguardo, vidi eserciti senza fine, ed erano legioni e legioni che, munite di picche, archi, asce e spade, muovevano a passo di marcia verso i confini del mondo. Allora la donna mi raggiunse, e il serpente si era di nuovo avvoltolato attorno al suo corpo, e il demonietto si era di nuovo accoccolato sopra la sua spalla, e mi disse:
" Osserva i guerrieri dell'esercito del Fato, ognuno di essi è un evento che coinvolge gli uomini, ed è uno dei loro duri affanni quotidiani, ma nessuno di essi vi è che non cada dopo avere punto, mentre l'uomo, sia pure ferito, rimane, e può rigenerarsi, e se il dolore guarisce, la Gioia della Vita, la Gioia che proviene da me, rimane sempre, ininterrotta, e risuona di celeste armonia nelle più profonde regioni del cuore. "

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

venerdì 8 agosto 2008

Il Quattordicesimo Aethyr

Ero sdraiato, completamente nudo, sopra di una terra arida ma morbida come sabbia, e mi svegliai, e le nubi erano nere come la più fonda delle notti, e scrosciavano pioggia mista a grandine e tempesta, e fulmini scuotevano i cieli, e le nubi si laceravano lasciando cadere fiumane di sangue.
Così mi alzai, e i miei piedi lasciavano le mie impronte dietro di me, ed esse si riempivano di acqua e sangue, per poi disfarsi.
Ed in lontananza al mio fianco vidi una lunga costola di roccia, e sopra di essa si ergeva una torre bianca dal tetto in pietrine, ma mi tenni lontano da quella costruzione, perché sapevo che dentro di essa si aggiravano fantasmi e spiriti delle tenebre.
Così continuo sul terreno intrapreso, e mi accorgo che esso, per quanto spazioso, in realtà è sospeso nel vuoto, ed altre torri intravedo, su altre costole di roccia, disposte a raggiera intorno ad esso.
Finché, mentre proseguo, le torri iniziano a vorticare rapidamente, tagliandomi il passo, ma, incapace di fermarmi, come spinto da mano invisibile, proseguo il mio cammino, e mi accorgo di attraversarle incolume, sebbene grandine, pioggia e sangue si scaraventino contro di esse.
E così mi ritrovo in una foresta, sulla quale proseguo il mio viaggio, finché di fronte al mio percorso incontro un Angelo dalle ali spiegate, dai lunghi capelli biondi e dalla tunica bianca tutta fitta di disegni di occhi aperti, collegati da tramature rosse, ed egli reggeva una spada verso il cielo, e ne contemplava la punta, finchè sopra di essa non s'ebbe il riflesso d'un raggio di sole, che squarciò le nubi, e portò via esse e la spaventosa tempesta.
E poi ci incamminammo su un sottilissimo sperone di roccia, sul quale non si sarebbe posata la metà della pianta del piede, ma noi, pur non parlando di nulla, camminammo sopra di esso agevolmente affiancati, e sopra di noi brillava un sole che aveva due ali bianche che battevano.
Così tornammo nella foresta, ed incontrammo un uomo vestito di blu con delle bandoliere incrociate sopra il petto, che portava nella mano una lunga bacchetta la cui base posava a terra, ed il cui culmine era un sole fiancheggiato da bianchissime ali, ma passammo oltre e non parlammo con lui.
E poi proseguimmo ancora per la foresta, finché incontrammo una creatura il cui volto pareva una maschera, e i cui occhi erano molto grandi, portava un cappuccio blu da sotto il quale sporgevano due orecchie piccole e appuntite, ed anche la sua semplice tonaca era di colore blu, e la copriva fino ai piedi, e io pensai che si trattava di un Pooka. E il Pooka parlò con noi nella sua lingua scoppiettante ma leggermente strascicata, e mi parve ripetere sempre la stessa sillaba, indicandoci con il braccio una casetta bianca dal tetto in pietrine nelle vicinanze.
E allora io e l'Angelo varcammo la soglia della casa, la cui porta in assi di legno era aperta, e ben presto si fece buio, e soltanto si vide un gigantesco triangolo rosso ergersi nell'oscurità.
E poi il triangolo si fece verde, ma bordato d'arancione, e in esso comparve un occhio.
E poi si dissolse, e tanti triangoli molto più piccoli si diffusero nel buio, alcuni con uno, altri con due occhi, e i loro ghigni erano grotteschi e divertiti e mostravano canini da vampiro.
E infine furono esplosioni simmetriche come mosaici, colorate di verde, giallo, blu, e rosso, e tra di esse si muovevano gli orologi disposti a paia, ed i quadranti di uno guardavano verso l'aggancio dell'altro, ma non avevano né lancette delle ore, né lancette dei minuti, né lancette dei secondi, perché essi in realtà non erano quadranti, ma erano occhi.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

Il Quindicesimo Aethyr

Venni assorbito dentro il cristallo di eliotropio, e mi accorsi che le sue venature erano come scalinate e salite, e ponti sospesi nel vuoto, mentre le sue fratture erano come crepe estese sulle mura e sulle torri.
Quanto mi circondava era di colore verde scuro, tendente al nero, e all'improvviso, nei cieli e sulla terra, sulle mura del palazzo e sulle scale, si aprivano occhi di un nero tale da sembrare fenditure perfettamente circolari nel tessuto dell'Aethyr, per poi richiudersi subito dopo aver osservato.
Così, mentre percorrevo i merli di una muraglia, appoggiandomi ad essi, vidi in lontananza un gigante di pietra attorniato da uomini muniti di lance, pietre e bastoni, e lo vidi scatenare tutta la sua potenza distruttiva contro quelle genti, e tempestarle di colpi, con effetti spaventosi, ma sempre nuovi uomini giungevano, ed aprivano brecce nel corpo del mostro, via via più ampie, finché quello, domato, rovinava al suolo ed andava in pericolosi frantumi.
Perché udivo squilli di trombe e fanfare, musiche di guerra e tamburi, e ovunque eserciti muoversi, mentre il cupo frastuono degli arieti rombava contro le porte rinforzate in ferro battuto, ricoperte da frecce che fischiavano e crepitavano ovunque in nugoli, e poco mancò che non ne fossi colpito.
Poi guardai a terra, ed assistetti ad uno spettacolo pietoso e triste, di cadaveri di animali rovesciati al suolo, di tutte le specie, e d'uomini caduti nella loro folle guerra, mischiati a quelli d'altre creature, d'Elfi, Giganti e Nani, provenienti dalle montagne verdi oltre il Confine, tutti riversi al suolo, privi di vita.
E mentre ero in preda alla disperazione e al dolore per quella guerra inutile, vidi alzarsi da terra un bagliore che si faceva via via più intenso, fino a prendere forma umana, e ne emerse un Angelo dallo sguardo di pietra, che portava un pezzo di pane in una mano, ed un grappolo d'uva nell'altra, e capii che era Auriel, ed Egli mi parlò e disse:
Non potrai entrare in questo Palazzo,
In cui risiede la Vergine Aradia,
Ella è da tempo sotto assedio,
E troppo ostacoleresti i movimenti
Delle milizie in sua difesa.
Sono troppi i movimenti del conflitto
Deciso dall'uomo contro Natura,
Guardati attorno, il campo di battaglia,
La vita che l'uomo senza sosta strappa
Fatica nel disastro dirupato
A trovare nuova forza ed alimento.
E le pietre sfaldate tra cui t'aggiri
Sono lapidi di certo ammonimento
Sopra un futuro che per ora è incerto,
Perché senza Equilibrio non v'è Gioia,
E senza Gioia nulla si conquista,
Che non resti alle spalle come perso
Da chi procede come in furia cieca,
Tale da distruggere un pianeta.

E fu così che la Visione si interruppe, sì, fu così che la Visione si interruppe.

martedì 24 giugno 2008

Il Sedicesimo Aethyr

E mi ritrovai nell'ambito di un Tempio il cui soffitto era il Cielo Stellato, ed il pavimento era a scacchiera. Come alberi millenari si ergevano colonne, ed esse erano alternate d'oro e d'argento, la base di esse era squadrata, ed il capitello era in stile corinzio, arricchito da gemme senza parità di bellezza, dacché vi erano zirconi e perle quali così perfette non ne ho mai viste, e diamanti e rubini scintillanti, e smeraldi ed opali di fuoco, e le stelle si riflettavano su di essi ed i raggi di luce rimbalzavano da una colonna all'altra illuminando il mio cammino nella notte.
E così mi persi per ore in quel paesaggio forse monotono, ma così ricco e bello, ma non ebbi timore di perdermi, perché dolce sarebbe stato non ritrovare più la strada in quel percorso, giacché alcuni pensieri mi dicevano che avero perso il mio luogo nel mondo, ma poi giunse un Angelo Luminescente, ed Egli era tutto avvolto nello Stendardo di Purificazione, che gli faceva da mantello, e mi affiancò, e mi indicò la strada.
E allora i pensieri oppressivi furono sostituiti da un contrappunto di violini in pizzicato, ma non sapevo da chi esso giungesse, e poi incontrammo Angeli luminosissimi che giocavano a scacchi, e la mia Guida mi spiegò che ogni movimento di quei pezzi corrispondeva al destino di una pietra, di un animale, di un uomo, o di una stella, e io chiesi del Libero Arbitrio, ed Egli mi rispose che esso vi era, ma non più di una scelta delle mosse su una tavola divisa, e che più la partita era avanzata, più le mosse a disposizione si diminuivano, e quella era l'essenza della vita e della libertà.
E intanto Fate si muovevano tra gli Angeli, e volavano e danzavano spensierate nell'aria, ed alcune sedevano sui pezzi degli scacchi, e chiacchieravano tra loro, e si alzavano in volo costernate quando un pezzo cadeva, un po' imbronciate con gli Angeli. Ed altre ancora giocavano a nascondino tra le colonne, e tutte erano gioose, e tutte erano felici.
Ma poi ci fermammo, io e la mia Guida, ed Egli mi invitò a sedermi nello Yoga, e parlammo per ore del mio destino, della mia vita, del mio futuro, e del mio senso di smarrimento, e chiesi se non fossi un Pedone che voleva essere un Re; ma che siano le risposte che mi diede sigillate nel mio cuore!
E poi ci raggiunsero due bellissime figure dall'aspetto di Elfi, ed erano due fratelli, ed uno era vestito di bianco, e l'altro di nero, ma poi il colore di un abito si confondeva con quello dell'altro, e quello che prima era bianco era nero, e quello che prima era nero era bianco, ma essi parlarono, e così come gli abiti si trasmutavano alternamente, così essi parlavano alternamente, e quello che parlava quando era bianco parlava poi quando era nero, e quello che parlava quando era nero parlava poi quando era bianco, e così essi parlarono, e dissero:

Siamo i Dioscuri, o quei Gemelli,
Ch'ebber sorte di comune ventura,
In vita fummo noi sapienti e belli,
La morte fu per l'uno e l'altro dura.


Ma tu già sai, non serve che favelli
Che l'altro per l'uno si fece cura,
Di passare quei sinistri cancelli,
Che van nel Regno della Notte Oscura.


E adesso a turno andiamo tra i viventi,
Il nostro tempo sono Luna e Sole,
Ma veloce come il soffio dei venti,


E' il frammento di vita ch'a noi suole
Esser dato tra attimi frementi,
E poi si muore, ed ogni volta duole.

E fu così che la Visione ebbe termine, sì, fu così che la Visione ebbe termine.

lunedì 23 giugno 2008

Il Diciassettesimo Aethyr

E giunsi alle porte di un Palazzo Fiammeggiante, i cui bastioni erano di fuoco splendente ed innumerevoli erano le scintille che da esso si dipartivano verso i cieli di bagliori e vortici, le cui torri si estendevano da un orizzonte all'altro, così che ovunque si verificavano spaventose esplosioni, e guardie ovunque si stagliavano al di sopra delle torri e sui camminamenti, ed erano creature umanoidi dall'aspetto di fuoco, e le loro braccia e le loro gambe erano armi, e sopra i loro colli di fiamma si ergevano teste d'ariete anch'esse fiammeggianti, talché l'intero aspetto del luogo corruscava di terrore.
Ma fu uno di questi Guardiani a scortarmi presso il Palazzo, perché tutto era infuocato, e il Maniero e la terra che portava ad Esso ed il cielo sopra di Esso, e qui e là si scatenavano terrificanti turbini e fulmini fiammeggianti, ma io mi avvalevo dell'anello che mi era stato donato in precedenza per sopravvivere a tali splendori.
E fui condotto per innumerevoli corridoi, e scalinate, e portali magnificenti, il cui unico culmine era il lusso della potenza, e ovunque si stagliavano i Guardiani, e le Salamandre giocavano tra i corridoi, e partecipavano delle meraviglie dell'Essere.
Finché giunsi ad una stanza che era grande come un pezzo dell'Universo, ed essa era vuota, ma da una delle sue pareti di Fiamma emerse lentamente una vigorosa testa d'ariete, anch'essa avvolta dalle fiamme, anch'essa di puro fuoco, e mi disse con voce roboante:
- Tu, infinitesima particella di polvere cosmica,
Che osasti partecipare dell'Oscuro Viaggio in cui pochi si sono cimentati,
Sappi che io sono Quello che dà origine al Principio delle cose,
Io sono Colui che sfonda le porte verso nuovi orizzonti,
Le cui antiche soglie tremano al mio avvicinarsi,
Le mie zampe di fuoco lasciano evaporare le acque trascorse,
E molte sono le soglie che dovrai ancora varcare,
E sempre più arduo ti si renderà il percorso,
Ma ricorda che la Tua legge è la Mia, e che la Mia è la Tua,
E che non c'è distinzione tra Me e Te,
Così indaga della tua essenza spirituale e scopri la tua Volontà,
E vedrai nell'Eone prossimo venturo il realizzarsi della Profezia,
L'immergersi del Microcosmo nel Macrocosmo e l'inverso,
Così come da secoli è orientato il percorso. -

E non più disse ma sputò dalla bocca una lingua di fiamma, ed essa si avvolse ad anello ai miei piedi. Ed io raccolsi quel magico oggetto e lo misi al dito, sapendo che mi sarebbe stato utile.
E fu in questo modo che ebbe termine la Visione, sì, fu in questo modo che ebbe termine la Visione.
Piaccia che sia così.

Il Diciottesimo Aethyr

Mi ritrovai coinvolto in un'estesissima piana, e non vi cresceva un albero, e tutt'attorno essa era circondata da montagne aspre e durissime, scanalate però come con gradini perfettamente eseguiti, che portavano dal basso alla cima.
E nel centro di essa quattro Angeli vi erano, ed essi erano tutti danzanti in cerchio attorno a un calderone, e cantavano Lodi, ed uno di essi portava una livrea gialla, ed uno di essi portava una livrea rossa, ed uno di essi portava una livrea azzurra, ed uno di essi portava una livrea nera.
E roteando, e danzando, e cantando gettavano ingredienti arcani e misteriosi dentro il calderone, e fuori di esso, perché il primo vi gettava dentro come un fumo profumato, il secondo badava a che il fuoco sotto di esso fosse sempre alla giusta temperatura, il terzo vi rovesciava un vino molto corposo, soavissimo dì'aspetto, ed il quarto vi rovesciava senza posa dei pezzi di Pane di Vita.
Ed il contenuto che ne nasceva era un elixir molto gradevole all'aspetto, ritemprante delle forze e salutare.
Mentre ciò avveniva, da una parte del campo e dall'altra si alzavano radici di ginseng che si nmuovevano a due a due, portando con se ampii strascichi di radici, che coinvolgevano tutta la piana, tanto che era difficile non inciamparvi, e dall'altra radici di mandragora facevano la stessa cosa, per poi unirsi in modo sparpagliato in un putiferio di legni e radici che ondeggiavano senza posa.
E poi gli Angeli suonarono il primo una tromba, il secondo un trombone, il terzo un corno, e il quarto una siringa, ed i suoni di essi, ed il timbro potente, si amalgamarono nei cieli e tra le vette delle montagne, scuotendo le erbe sotto il sole e facendo cadere le rocce dai precipizi, causando valanghe, ed intrecciandosi in una sinfonia priva di simmetrie o di ordine.
Fu allora che dall'alto delle montagne orientali e meridionali, apparvero discendendo e suonando zufoli orde di Satiri pieni di eccitazione e di gioia, mentre dalle vette occidentali e settentrionali, giugevano Ninfe che danzavano esponendo liberamente le proprie cosce mentre roteavano le loro gonne sottili ma eleganti formando un cerchio perfetto.
E quando la piana fu piena da un orizzonte all'altro, solo allora gli Angeli servirono con generosità della loro vivanda, e anch'io gustai con avidità da un mestolo con il quale esso veniva passata di bocca in bocca, quel pane residuo reso liquido, cotto nel profumo e nel vino, che parve ringiovanirmi.
Il calderone mai pareva svuotarsi, ma quando, infine, il mestolo raccolse l'ultimo dal fondo, solo allora si scatenò la tempesta, ed il vento scuoteva le nubi dalle qwuali cadeva una pioggia furente mista a grandine, ed il cielo era scosso dal fuoco dei fulmini, che rimbalzavano da una vetta all'altra.
Ma nessuno si accorse di essa, giacché anche ogni parte del corpo era confusa, e le braccia si confondevano con le gambe, e gli occhi con le orecchie, e le pance con i seni, e le radici con i corpi, cosicché anche io persi ogni possibilità di individuarmi, quando la risplendente Luce dello Spirito, promanando dagli Angeli al centro della piana, avvolse e circonfuse ogni cosa.
E fu allora che la Visione ebbe termine, sì, fu allora che la Visione ebbe termine.

[ Nota a margine: questa Visione, eminentemente gotica, è stata così potente che ho dovuto aggrapparmi con le mani alla sponda del letto; in seguito ad essa, interiori forze negative hanno lottato in tutti i modi per impedirmi di postarla, convincendoimi comunque a censurarla fortemente. Prima di proporvela, ho riscontrato uin fortissimo calore nella zona del rettiliano, ed uno tenue proprio su tutta la fronte, succedute da una leggerissima sensazione di freddo. ]

lunedì 16 giugno 2008

Il Diciannovesimo Aethyr

Mi ritrovai in un cunicolo denso di oscurità e tenebra, laddove scintillavano ai miei fianchi, sopra e sotto di me, simboli dorati di Magia, ed al termine di esso caddi rotolando sopra un pavimento di pietra.
Mi alzai sorpreso e indolenzito, mentre iniziavo a percorrere un cunicolo nel quale si sentivano risuonare soltanto i miei passi, e, man mano che il mio percorso procedeva, scoprivo che altri cunicoli si intersecavano con questo, ed altri ancora con questi, nell'ambito di un intrico che procedeva senza che paresse trovare termine.
E, appoggiate ai lati del percorso, trovavo numerose anfore e tantissime ceste, cosicché aprendole, scoprii che le une contenevano pregiati formaggi, le altre le più varie forme dei frutti della terra, dalle fragole alle ciliegie, dall'uva alle mele, altre ancora contenevano pane, e miele, e latte, o vivande che parevano essere state tratte dalla mensa degli Dèi, giacché non deperivano, mentre le anfore contenevano acqua pulita e vino falerno.
Così, avanzando per un tempo che non saprei ora dire, e, stancandomi, dormendo sull'asciutto pavimento di pietra di quel labirinto così temperato e leggero nel clima, iniziai ad essere preso dalla noia, e, sebbene non rivestito da un corpo di carne, non avessi bisogno di alimentarmi, tuttavia, pur di fare qualcosa, iniziai ad assaggiare quei cibi, a bere quell'acqua e quel vino.
Ed ora non vi saprei dire della delizia ch'io vi trovai, tant'era eccelso il loro sapore e fresco il loro aspetto, il vino era di quello buono, e l'acqua limpida e tersa, ma ancora non sapevo che in essi era contenuto un sottilissimo veleno, tant'è che maggiormente se ne mangiava, maggiormente si attraeva a sé la materia del corpo, al punto da dover essere, infine, costretti a rimanere nel labirinto per sempre.
Così, man mano che passavo il tempo, mi sentivo sempre meglio da solo,
e di bastare a me stesso, e mi pervadeva una straordinaria sensazione di strisciante ma irrefrenabile follia. E ricordavo l'insegnamento antico di Epicuro:

L'uomo non abbisogna d'altro, che di mangiare, bere, e stare al caldo.

Più restavo in quel posto di delicata delizia, e più dimenticavo di avere una vita terrena, fatta di poche grandi cose incerte, e di tantissime piccole, ma sicure, sapevo solo di aver raggiunto una felicità che non pareva avere altro motivo di esistere se non di accrescersi costantemente.
Ma venne un momento in cui, mentre mi nutrivo di pane e di latte di capra, e tracannavo da una piccola anfora del buon vino, e attorno a me erano sparsi dei piatti abbondanti di fragole e uva fresca, vidi di fronte a me un Angelo dalle vesti gialle e verdi; spaventose correnti d'aria rovesciarono tutte le mie portate, mentre l'espressione dell'Angelo era molto irritata e sconvolta:
- Così, dunque, abbandoni i tuoi compiti? -
Ed io, irretito dal veleno, ebbi l'ardire di rispondergli: - Non alro compito ho se non quello di rendermi felice, e qui ho tutto ciò di cui ho bisogno. -
- Ma amesso che ciò sia opportuno, credi forse di esserti già meritato questo, che ritieni un premio? -
Io tacqui, ma dentro me non si dissolveva il desiderio di rimanere in quel luogo, mentre parzialmente avevo assunto un aspetto più materiale, ma l'Angelo con gerntilezza si piegò verso di me, e mi disse cose che ancora mi sono care, e che per sempre resteranno sigillate nel mio cuore, e che mi convinsero.
Ma poi mi ingiunse di seguirlo, e così feci, finché giungemmo in un luogo dove da terra raccolsi un filo assai sottile, e che si dipanava, e l'Angelo mi disse:
- Osserva il filo che venne dimenticato qui da Teseo, da cui la morte di Arianna e di Egeo, e che precedette la fine spaventosa di Icaro ed il dolore del padre suo, prendilo e seguilo fino all'uscita, ma poi raccoglilo e brucialo, affinché nessun altro ardisca di penetrare in questo labirinto, i cui frutti, che hai mangiato, non sono della terra, ma del dolore.
Dunque seguii il filo, e, raggiunta l'uscita, lo bruciai così come l'Angelo mi ebbe prescritto.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

lunedì 14 aprile 2008

Il Ventesimo Aethyr

E mi ritrovai dentro una caverna così ampia che non se ne vedevano le pareti, così alta che non se ne vedeva la volta, così profonda che non se ne vedeva il terreno, ed essa era ampia e piena di cunicoli, e fu così che a lungo, molto a lungo mi avventurai all'interno di essa, disperando di poterne mai più uscire, perché l'unica mia fonte di luce era il Fuoco dello Spirito che avevo custodito nella mia tasca, e che ora avevo raccolto nella mano per guidare il cammino.
E fu dopo un certo tempo che passi possenti e spaventosi turbarono il mio animo, e ad essi si accompagnavano in certi momenti terribili ruggiti, di cui non potevo verificare la fonte, e che mi atterrivano. Così, svoltato un ultimo angolo mi trovai di fronte ad un terribile Drago, rosse come le fiamme erano le sue scaglie, gialle le sue cornee, nere le pupille, lunghi ed acuminati come scogli erano i suoi artigli che si ritraevano dalle tozze dita, delle quali ognuna pareva una torre, e dalla sommità del capo spuntavano due corna appuntite ed aguzze, e tutta la sua schiena era costellata di aculei, la coda, munita di spine e di punte di frecce, pareva un bastione rovesciato, ed il suo ventre era robusto come l'acciaio.
Ed esso grugnì ed aprì le sue fauci, lasciando che da essa sgorgasse un torrente di fuoco, cosicché per sfuggirgli rotolai a terra, e mi salvai nascondendomi dietro una roccia, che si sciolse completamente, e anch'io ne ricavai ustioni superficiali, ma dolorose.
Ma sapevo che i Draghi hanno la passione dell'oro, e così decisi di sacrificare quella Moneta cui tenevo tanto, e di offrirgliela, ed esso, come vide lo scintillìo alla luce del Fuoco dello Spirito, che ora era rimasto a terra, ruggì meravigliato, ed afferrò la moneta, per scagliarla alle sue spalle, e allontanarla dal conflitto, così che sperai di essere in salvo, ma accadde che il Drago aprisse le fauci, mostrandomi i denti vigorosi, e le fiammelle che crepitavano nella sua gola, e che si spensero.
Così capii che non avevo acquistato la salvezza, ma soltanto che non adoperasse il potere delle sue fiamme e del suo respiro di fuoco.
Ed egli fece leva sulle zampe anteriori e sugli artigli, e io tentati di fuggire, ma un solo suo movimento contrastava ogni mio passo, sì, un solo suo movimento contrastava ogni mio passo, e fu così che vidi la sua ampia bocca aprirsi ed avventarmisi addosso per divorarmi, e solo all'ultimo momento riuscii a scagliare dentro di essa la Coppa che mi era stata data da Samael, ed essa si interpose tra i suoi denti aguzzi, bloccandoli e facendoli dolorare, perché tra di essi zampillava il suo veleno.
E fu così che il Drago si rialzò sulle zampe posteriori, ruggendo e gemendo, e sforzandosi di fare a pezzi con i denti la Coppa che vi si era incastrata, e riuscendovi, ma mentre in questo modo era distratto, io potei estrarre la mia Verga tutta d'Oro massiccio, ed iniziai a tracciare nella sua direzione Simboli Planetari ed Elementali, Astrologici e Magici, che fossero legati astralmente al suo corpo, e che gli impedissero di muovere le membra, e così se tentava di muovere un braccio io tracciavo un Segno, e se tentava di muovere una gamba io tracciavo un Segno, e se tentava di muovere la testa io tracciavo un Segno, e a lungo durò il duello, perché tutto dipendeva dalla velocità, ma lui poteva sbagliare quante volte poteva, mentre un solo errore a me sarebbe stato fatale, e perchè tutto dipendeva da chi si sarebbe stancato prima, ma lui era forte e potente, mentre io, pur debole, traevo forza dai Simboli che tracciavo.
E fu così che quando le mie ginocchia tremavano, e le mie gambe cedevano, quando le mie dita erano doloranti per la presa sulla Bacchetta, e la mia concentrazione cedeva, il Drago smise di tentare di muoversi e di attaccarmi, poco prima che lasciassi cadere, esausto, la Bacchetta; e allora, in segno di vittoria, puntai contro di lui la Spada la cui lama era di Luce, e l'elsa di Tenebra, sì, la Spada la cui lama era di Luce, e l'elsa di Tenebra.
E così accadde che il Drago si trasformasse in un luminoso Angelo che aveva l'elmo e l'armatura di un centurione romano, testa di toro, ali di cigno, braccia umane e gambe di rapace, era armato di pilum ed era potentemente luminoso, ed Egli mi indicò con la mano di andare oltre, e mi disse:
- Degno sei stato di giungere fin qui,
Degno ti sei dimostrato di procedere,
Perché io fui posto a guardia del tuo cammmino,
Possa tu dall'attraversamento di questa prova
Ottenere il dono di parlare con gli animali,
Perché ogni animale è un Simbolo,
Ed ognuno di essi possiede un dono,
Ed un vizio tipici dell'umanità,
Affinché mostrino all'uomo cosa si deve fare e cosa no,
Così come il cane possiede il dono della lealtà,
Ma è soggetto al vizio dell'ingordigia,
E l'aquila possiede il dono della regalità,
Ma è soggetta al vizio di un'eccessivo orgoglio.
Così che tu possa distinguere questo dato.
E divulgarlo tra gli uomini perchè prendano esempio
Dal mondo animale, e sappiano distinguere
Quando essi parlano tra loro,
Quando essi parlano con l'uomo.
Ed è questo e nient'altro che si intende
Riferendosi al parlare con gli animali,
Ed ogni uomo ne è capace se apre il cuore. -
E fu così che la Visione ebbe termine, sì, fu così che la Visione ebbe termine.

Il Ventunesimo Aethyr

Così mi addentrai nel Fuoco Vivente, e la Parola era senza Forma, e la Formza senza Parola, mentre ogni cosa sussisteva per l'arcano della Volontà, e ovunque bruciavano le sacrate fiamme dello Spirito, mentre crepitava il silenzio, e mi accorgevo di un magico anello in vero lapislazzuli, posto al mio dito da un Angelo segreto, affinché non mi consumasse quel fuoco eterno. E le fortezze, le case, e le torri rilucenti erano tutte di fiamma viva, che non pareva consumarsi sia pure nel suo eterno immutabile cangiamento, vera e unica soluzione di tutti i metalli.
Così i vortici erano di fiammeggiante bagliore, come gli infiniti cunicoli e i tunnel e i torrenti che portavano verso il centro di ogni bagliore, mentre ovunque risuonabvano le bellicose cantilene dei Djinni. E fu quando raggiunsi il Grande Vizir che l'Arcangelo Michael si levò emergendo dalle fiamme, fronteggiando fiancheggiandomi Colui che era seduto sopra uno scranno intessuto di fuochi, ed intarsiato di vene di calore, laddove da sempre circolava l'energia degli Eoni, e dal suo trono si volserrso di me e disse:
- Dello Spirito assisti all'Energia consustanziale,
Che partecipa del movimento di ogni cosa,
E pure rimane ferma nella sua Essenza,
Perché non si rispecchia in Essa il Calore Primigenio,
Se non nel costante materiale del Mutamento,
Giacché dai recessi della mente io arrivo,
E nei recessi della mente io vivo,
Così che ogni cosa partecipa della mia Potenza,
Perché tutte le forme sono al mio Cospetto,
Ed ogni luogo è un'illusione della mia Volontà,
Perché sono una sola cosa il vertice e la base,
Mentre il Cerchio è una parvenza della mia completezza. -
Così Egli parlò e disse, ma l'Arcangelo gli chiese se potessi portare via con me una scintilla di quelle fiamme, ed Egli acconsentì nella sua autorità così che potei prenderla e me la posi in tasca.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

Il Ventiduesimo Aethyr

Mi scoprii circondato da un'immensa palude, e fango e sabbia e canneti erano dappertutto fino all'orizzonte, oltre il quale si vedevano risplendere le luci della città, perchè era notte.
E mi sentivo perso e spaventato, mentre scoprivo in lontananza una figura di Dèmone, che aveva un unico, gigantesco occhio giallo dalla pupilla nera e verticale, il suo capo gli arrivava fino alla vita, ed era munito di corna, la sua pelle era rossa, e una striscia villosa, partendogli dalla fronte, incrociava l'occhio per giungere fino ad un fitto pizzetto, era piuttosto basso di statura, e con le bracia e la mani artigliate mi faceva dei cenni, per invitarmi a raggiungerlo. Ma fui distolto da quella figura da un nugolo di Fuochi Fatui, che si presentarono davanti a me per indicarmi la via, e che io, perplesso, mi augurai fossero fate o lucciole, ed essi avanzavano, ed io li seguivo, e li seguii per lungo tempo, ma il Dèmone rimaneva sempre presente, sempre nello stesso luogo rispetto a me, ma poi le mie guide si precipitarono a terra, e vennero assorbite da essa, e scomparvero.
Così avanzai proprio dove esse erano scomparse, e mi ritrovai catturato dalle sabbie mobili, e per quanto mi dibattessi, e urlassi, e cercassi un appiglio, peggiore diventava la stretta, più forte diventava la presa, cossicché io pensai di avere sbagliato destinazione, così, quale triste fine avrebbe avuto il mio percorso!
Ma accadde che venissi totalmente assorbito, e mi ritrovai poi a precipitare sotto un cielo privo di stelle, e la luna era nuova, e non c'era illuminazione, e a tanta distanza ero dal suolo, che non riuscivo a percepire nulla sotto di me, e mi domandavo se ci fosse un suolo, o se fossi destinato a precipitare per sempre.
Finché un Angelo non venne ad assistermi, ed era l'Arcangelo Uriel, ed Egli mi afferrò nelle sue salde braccia, e mi aiutò a planare delicatamente, così che non potrei dire quale gioia inesprimibile fosse volare avvolto in quel conforto delle sue ali! E con Lui giungemmo ad una fitta ed intricata foresta.
Essa era di tale aspetto che avrebbe spaventato chiunque vi fosse giunto da solo, tanto era buio fitto all'interno e tanto i rami erano intricati tra loro, quasi a formare tettoie inestricabili, ma l'Arcangelo Uriel custodiva nella mano sinistra una spiga di grano, e nella mano destra una sfera luminescente, e così mi fece strada verso un gigantesco albero, i cui rami toccavano il tetto del cielo, ed Egli mi disse che quello era l'Albero Yggdrasil, e che ero giunto al Centro del Mondo.
L'albero era cavo nella sua base, così che l'Arcangelo mi spiegasse che quello era il segno del tempo, ed un ramo si dipartiva prominente, quasi a formare un naso, mentre nella sua corteccia si aprivano occhi gialli e solenni, di tale grandezza e splendore da offuscare addirittura la sfera che l'Arcangelo Uriel portava nella destra, ed una voce cavernosa e profonda sembrò emanare dalla cavità del tronco, e così Egli parlò, e disse:
- Io stabilisco la terra dal fulgore degli Eoni,
E non altro è vicissitudine, se non quello che avviene in me,
Così rabbrividiscono i cieli nella passione dei miei rami,
Mentre il moto dell'aria partecipa respirando
Della mia linfa,
Così come seppe Colui che in me compì l'autosacrificio
Per giungere al mistero delle Rune,
Io sono quello che abita al centro del planisfero,
E il giorno e la notte costituiscono l'alternarsi della mia vita,
Supremo consiglio è quello
Che nasce dal muoversi delle particelle del cosmo,
Enigma insoluto
Che trova rispondenza nell'ambito del periodarsi della vita. -
E poi nient'altro disse, ma mosse verso di me uno dei suoi lunghissimi ed arcuati rami, quasi come un tentacolo, e le sue foglie erano ferme e solenni, mentre io tremavo visibilmente; così l'Arcangelo disse: - Questo è il momento, fa' ciò che deve essere fatto, oppure abbandona per sempre il percorso. -
Ed io guardai il cielo, e poi, mormorando una preghiera, estrassi la Spada la cui lama era di Luce, e la cui elsa era di Tenebra, e con un unico colpo tagliai un ramo dell'Albero, che cadde al suolo, mentre dal moncone sortiva una goccia di sangue, e il ramo si tramutò in una Verga d'Oro, che io raccolsi, mentre il volto dell'Albero assumeva un aspetto di spaventosa concentrazione, e il ramo ricresceva con uno schianto sordo, frattanto che noi ci allontanavamo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

Il Ventitreesimo Aethyr

Volavamo alti nel cielo tra le nuvole, io e Raphael, l'Arcangelo che mi accompagnava, e i suoi capelli erano biondi e fluivano alle carezze dell'aria che Lui dominava, ed i Suoi occhi erano azzurri e la cornea comprendeva quasi tutta l'iride, e non v'era pupilla, il Suo corpo era aggraziato e le membra ben fatte, e dalla Sua schiena si dipartivano sei ali bianche come la neve.
Giungemmo così ad una città costruita nel cielo, ed alcune parti di essa passavano da una nube all'altra, tutti i palazzi erano di colore bianco, belli e maestosi, e le costruzioni, tra cui svettavano pagode ed edifici religiosi, erano tutte sormontate da tetti in lamina d'oro, al centro di esse garriva una bandiera del colore degli Elementi, al centro del tetto lo stendardo dello Spirito, e l'Arcangelo mi indicò il castello e mi disse: - Ecco, lì nacque il Bodhisattva, il Buddha l'Illuminato Gautama, che tanto conforto diede ai viventi. - Perché eravamo nella città di Meraviglia di Latte e Oro.
E varcammo le soglie della città, così che non saprei cominciare a narrare le meraviglie che vi trovai: portoni arabescati fin nei minimi dettagli, uomini su tappeti volanti e genti che giocavano a scacchi seduti sulle strade di ciottolo pulitissime e risplendenti, e molto, molto altro ancora, finché giungemmo ad un mercato all'aperto laddove le più varie mercanzie erano esposte: bilancini precisissimi, statuette in alabastro e incrostate di gemme preziose così perfette nell'aspetto che pareva che da un momento all'altro dovessero prendere vita, e infatti una di esse mi salutò con un sorriso, e mi porse la mano che io strinsi garbatamente.
E la gente, sorridente e compassata, vestita di tuniche colorate sostenute in vita da un semplice cordoncino, faceva acquisti senza mercanteggiare sul prezzo, e per le transazioni usavano delle piccole monete d'oro che riportavano il Sigillum Dei Aemeth sul recto, ed il Caduceo sul verso, ed io mi innamorai di quelle monetine e volevo portarne una con me come ricordo.
Così, da Raphael accompagnato, mi recai da un mercante, e gli chiesi come potessi acquistare una di quelle monete, ed egli mi disse: - Se mi darai quella Spada che porti legata alla destra della tua cintola, nella sua preziosa guardia, la cui lama è di luce e la cui elsa è di tenebra, io ti darò cinquanta di queste monete d'oro.
Ma io risposi che mai e poi mai avrei potuto separarmi da quella Spada.
E allora il mercante mi disse: - Se mi darai quella Coppa che porti legata alla sinistra della cintola, io ti darò cento di queste monete d'oro.
Ma io risposi che mai e poi mai avrei potuto separarmi da quella Coppa.
Così ci allontanammo, ed io mi sentivo avvilito ed abbattuto perché non avevo potuto procurarmi la bella moneta d'oro che si usava per le transazioni, e andavo a capo chino e non proferivo motto, mentre l'Arcangelo Raphael si guardava a sinistra e a destra per trovare una qualche possibilità di recuperare la monetina che così tanto mi aveva colpito, finché non vide una donna vecchia e malata che tirava acqua presso una fontana di ferro, e doveva riempire cinquanta secchie, e ne aveva riempite soltanto due.
Allora l'Arcangelo mi tirò la manica della tunica, e mi guidò dalla donna, e le chiese se potevamo aiutarla nel lavoro, e lei accettò con un senso di liberazione, così io mi misi subito alla leva della fontana mentre l'Arcangelo Raphael chiedeva alla donna com'era possibile che lei fosse in tanto triste disposizione in quel luogo di delizie, e lei mi rispose che era comparsa in quella città quando io vi ero arrivato.
Fu così che riempii cinquanta secchie, e intanto si fece sera, e dopo raggiunsi il mercante che aveva mandato la donna alla fontana, ed egli mi disse di portargli l'acqua, ché gli serviva per le sue officine, e quando ebbi compiuto il lavoro egli mi consegnò una sola moneta d'oro, che io portai subito, anche se mi sentivo spaurito, all'anziana signora.
Ma ella strinse la mia mano che teneva la moneta, e mi disse di custodirla, perché solo così forse un giorno lei avrebbe potuto ringiovanire.
E fu così che la Visione si interruppe, sì, fu così che la Visione si interruppe.

lunedì 25 febbraio 2008

Il Ventiquattresimo Aethyr

Mi ritrovai nel deserto, ma non soffrivo la sete o l'aridità, mentre il sole si alzava allo zenit facendo scintillare il paesaggio di sabbie, e neanche i miei occhi ne sofrivano.
In lontananza, sembrava ergersi una grande città, costruita in mattoni del colore del deserto, e più mi avvicinavo, più essa pareva diventare alta, fin quasi ad inglobare il sole stesso.
Raggiunsi le scalinate, inerpicandomi sugli alti gradini di esse, e mi scoprii a vagare in un labirinto infinito di palazzi ciclopici, all'interno del quale era stato coltivato un immenso giardino, sì, un immenso giardino nel deserto.
E avevo paura, perchè il percorso pareva impossibile da risolversi, mentre attorno a me si muovevano degli strani monaci, perché essi erano vestiti di un saio nero, e la loro pelle era di ossidiana, e i loro occhi di vetro colorato, e pur non sembrando essi notare la mia presenza, io notavo la loro, e li temevo.
Così avanzai per ore in quel labirinto, e nonostante ricordassi sensibilmente le scale che avevo percorso per accedervi, ero arrivato, nella disperazione, a credere anche che quel percorso non avesse né entrata né uscita.
Ma quando stavo quasi per piangere, perché credevo che non sarei più riuscito ad uscire dall'Aethyr, solo allora si aprì una porta nel sole, sì', solo allora si aprì una porta nel sole, e ne giunse un Angelo che portava una cintura alla vita con una guaina priva della sua spada, e mi porse da bere da un grande calderone l'Acqua della Consolazione, così mi sentii rinfrancato, ed egli mi prese per mano e mi condusse fino alla fine del viaggio.
Ma mentre mi avvicinavo all'uscita del Labirinto, sempre più mi sembrava di aver dimenticato qualcosa, e, di nuovo sulle sogle del deserto, mi rivolsi all'Angelo, e gli dissi: - Guidami indietro, guidami indietro, Tu sai che ho dimenticato qaualcosa. Così tornammo sui nostri passi, tra mastodontiche scalinate, infiniti tratti di mura ed aromi di alberi di pesco e cedri all'interno di esso, finché giungemmo ad una colonnina squadrata di muratura sulla quale era conficcata una Spada Magica, e io dissi che se era quella che ero venuto a prendere, mai l'avrei accettata, perché il mio doveva essere un viaggio pacifico, o piuttosto avrei interrotto le mie esplorazioni.
Ma Egli mi sorrise, e tutte le gioie e le armonie del mondo sembravano raccolte nella luce di quel Santissimo Volto, e mi disse di accettarla come Simbolo dell'Aethyr, e mi ricordai di re Artù e della sua storia. Così più volte tentati di sollevare quella spada, e più volte fallii, ed il dolore per gli sforzi fatti raggiunse dall'Aethyr il mio corpo, causandomi grande sollecitudine.
Allora l'Angelo si tolse la cintura con la guaina, e ne cinse i miei fianchi, e poi liberò la spada dalla colonnina così come si coglie una foglia dall'albero, e la introdusse nella guaina, dicendomi serenamente: - Ciò che ti è affidato sarà opportuno restituire.
E allora mi accorsi che la lama era di Luce, e l'elsa era di Tenebra, ed ebbi paura di quello che portavo, e mi sentivo goffo, ma l'Angelo non disse nulla, e tornò a condurmi verso l'uscita.
E mentre mi allontanavo, mi accorsi che i monaci raggiungevano con facilità le pareti esterne, ed erano muniti di lance, e si schieravano sopra le mura, come di guardia, mentre giungeva la notte, e mi parve che in quella posizione si addormentassero.
E fu allora che la Visione ebbe termine, sì, fu allora che la Visione ebbe termine.

mercoledì 13 febbraio 2008

Il Venticinquesimo Aethyr

Mi ritrovai raccolto tra un meccanismo di ruote a sei raggi, ed esse erano avvolte dai fuochi e dai ghiacci, ma le ruote giravano, ed i fuochi scioglievano i ghiacci, e i ghiacci spegnevano i fuochi.
Passai il meccanismo, e giunsi ad un palazzo dalla triplice cinta, e rudi guerrieri dalle armature nere, dalle lance nere e dagli scudi neri andavano e venivano senza sosta, mentre in lontananza si percepivano i fuochi delle battaglie ed il galoppo dei cavalieri.
E il palazzo era come un castello, con torri irte di merli e sovrastate da merlature, ed un patio colonnato con archi a tutto sesto lo circondava tutto. Così giunsi al portone, e sopra di esso era scolpito il Santo Esagramma, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo ad aprirlo, così si schierò al mio fianco l'Arcangelo Michael, e pronunziò la Parola puntando la spada contro di esso, e mi parve che scintille blu scaturissero da essa, poi il portone si aprì e riuscii a passarlo.
Mi ritrovai così all'interno del palazzo, ed era magnifico, con le sue scalinate e i corridoi di marmo, e su ogni cosa si stendeva un tappeto rosso bordato da linee d'oro, e qui i guerrieri non erano vestiti di nero, ma lucenti e meravigliosi, e molti di essi erano dotati di ali. All'interno di esso fui guidato dall'Arcangelo, e giunsi davanti al Sacro Scranno dorato e ricoperto di tessuto porporino sul quale sedeva una Donna, lunghe e fluenti erano le sue vesti azzurre, e la sua cintura d'argento cinta di piccole gemme, e le sue calzature erano mocassini semplici, i suoi capelli scuri, ed i suoi occhi impassibili.
Ai suoi fianchi quattro Angeli le porgevano incessantemente tavolette di cera e cunei, rotoli di carta e piume da scrittura e calamai d'inchiostro, e lei senza sosta scriveva in corsivo sopra la carta con la mano sinistra, e sulle tavolette con i cunei con la mano destra.
Poi si alzò la Regina, e mi portò a guardare dalle finestre della sua regale stanza, e non vidi più segni di guerra, perché le armi in aratri si erano mutate, ed alla prima finestra vidi uomini che coltivavano la terra, ed erano in ciò agevolati dal segreto lavoro degli Gnomi, nella seconda vidi le Fate volteggiare tra gli alberi, e le donne che procedevano alla raccolta dei frutti, nella terza vidi il fuoco delle fornaci e degli altiforni, e le Salamandre procedere impassibili al lavoro, e nella quarta vidi le Ondine danzare tra i flutti, mentre le barche pesdcavano in armonia con la Natura, ma la quinta finestra mostraa solo la tenebra, e due puntini luminescenti che pareva guardassero.
Allora la Regina tornò sul proprio Soglio, e così parlò la Sovrana, sì, così parlò la Sovrana:

Io sono Iside,
Signora del Cielo.
Come dalla pioggia dei venti
Io traggo la mia Reggia,
E dai bagliori della notte
Necessitano i miei albori;
Ed è il silenzio del cuore
L'attimo che mi raggiunge.
O sogno senza tempesta!
O attimo che brilli di un fulgore divino!
Senza le stanze di pietra è la mia divisione,
Che il fuoco senza forma non fa vacillare.
Momento senza nome.
Diario scritto in caratteri nascosti,
Che nessuno può penetrare
Senza l'aiuto della mia Luce.
Così che si schiuda la porta ai Misteri,
E sia fatta una forma delle scintille inesprimibili.

Così fu che la Visione si interruppe, sì, così fu che la Visione si interruppe.

sabato 9 febbraio 2008

Il Ventiseiesimo Aethyr

Mi ritrovai circondato da azzurro e verde, e i cieli e la terra vorticavano, e giunsero sei Angeli che avevano sei ali ognuno, mentre altri sei Angeli suonavano trombe nel cielo, essi avevano teste d'insetto, ed altre teste di leone poste nel centro del petto, la pelle del torso era un tessuto di gemme multicolori, le braccia erano come robusti artigli d'aquila, e le gambe forti come quelle dei tori. Essi portavano una tavola in vero lapislazzuli, un doppio cubo delle dimensioni di 6.932x6.932x13.864 la cui superficie era scolpita con 201.579.136 tra caratteri e simboli dorati, di cui soltanto poco mi fu concesso di decifrare, e questo fu quanto potei leggervi:


Segui un libero corso tra i viventi,
Ma senza urtar l'altre stelle splendenti.


( Commento: Si tratta di un distico in endecasillabi, ora, l'endevasillabo non solo è il verso più nobile della lirica italiana, ma l'11 è anche il numero dei Qlipoth, mentre 10 è il numero delle Sephiroth dell'Albero della Vita, più una, occultata: la Sephirah che non è una Sephirah, che è Daath. Essendo i versi rimati, in realtà le sillabe possono essere considerate, almeno in un caso a scelta del lettore, come 10. La struttura semplice della Natura " Ciò che è in alto è come ciò che è in basso ", viene così manifestata, allo stesso modo come la rima in participio presente implica la natura essenziale del tempo come manifestazione in perpetuo corso, tant'è che, per definire ciò che esiste, usiamo abitualmente il termine " ente ". Inoltre, 11+11=22=2+2=4, Cabbalisticamente parlando, il Numero degli Elementi, mossi dalla forza dello Spirito, implicitata, ancora una volta, nella rima in participio presente.
Il distico vuole essere una nuova formulazione, finalmente priva di ogni forma di ambiguità, della Regola d'Oro di ogni religione: - Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te stesso. - Laddove si riconosce che, nelle mie manifestazioni materiali, devo il massimo rispetto all'altrui persona, alla sua libertà ed al suo sentimento, riconoscendola come altro da me, ma nello stesso tempo come manifestazione della stessa scintilla divina trascendentale. Il che è come dire. in un solo endecasillabo:

Rispetta il prossimo come te stesso.

Laddove si rinuncia ad un concetto di amore eccessivo ed inapplicabile che ha dato i risultati storici che conosciamo, e che furono opportunamente sottolineati, tra gli altri, da C.G. Jung, e si accetta invece il principio del rispetto, nell'ambito della libera circolazione del sentimento e dell'opinione. Viene inoltre omesso l'aggettivo " tuo ", in quanto attributivo di un senso di proprietà che, di fatto, allontana dalla percezione di una Divinità universale, nonché focalizza l'attenzione sia pure leggermente verso l'ego, e non verso un'equanimità tra i soggetti coinvolti, causando conseguentemente, nel tempo, una vera e propria valanga. Le " stelle splendenti " sono naturalmente le altre persone, l'enfasi è posta sulla libertà personale, ma vincolata dalla libertà degli altri. )


Sia l'Amore il Cavallo, la Conoscenza il Carro, la Volontà il Cocchiere, e l'Equilibrio il Tuo sentiero. Giacché Volontà è la Santa Madre di ogni cosa, Eros è il Santo Padre, Sophia la Santissima Figlia, ed il Logos il Santissimo Figio: così tu rispecchierai nel tuo Microcosmo l'essenza dell'universale Macrocosmo. )


( Commento: ogni uomo ed ogni donna sono tenuti a vivere la propria esistrenza terrena allo scopo di perfezionarsi e migliorarsi in ogni campo delle loro attibvità, lavorativa, coniugale, conoscitiva, educativa, etc. L'Amore, sottoposto ad una forte Volontà, volto ad una conoscenza il più possibile completa del mondo umano, ma anche naturale, secondo un motto che parafraserei dagli antichi:

Humanus sum, nihil humani vel naturalis alienum puto,


Il cui scopo sia un comportamento equilibrato e consapevole nella vita, potrebbe garantire all'uomo, e in generale alle società umane, progressi sorprendenti, dal punto di vista spirituale, culturale, etc. )


La Chiave dell'Eone è Nike.


( Simbolo della Wicca della Santa Gnosi sia la Nike di Samotracia:
www.flickr.com/photos/sunriseboy/2231039224/in/pool-flickritis
Che, in seguito alla rappresentazione di Horus, il Figio Coronato e Vincitore, potrà delineare il passaggio vittorioso dall'Età dei Pesci all'Età dell'Aquario: a tale proposito è opportuno ricordare che l'Età dell'Aquario non ha dato soltanto guerre di religione, crociate e roghi: le Grandi Cattedrali, la musica di Haendel e di Bach, la poesia di Dante Alighieri e di Torquato Tasso, le costruzioni filosofiche di Tommaso d'Aquino e Agostino d'Ippona, sono tutte straordinarie opere artistiche, letterarie, e filosofiche dei due millenni passati. La Nike degli Wiccan dovrà essere totalmente spirituale, legata al mondo della creazione letteraria, filosofica, culturale, etc. il cui ultimo fine dovrà essere il miglioramento spirituale e sociale del mondo.
Attualmente non siamo che agli albori dell'Età dell'Aquario, tuttavia, alcune celebri opere del rock'n'roll degli anni sessanta, della poesia come le opere, tra gli altri, di William Butler Yeats, e della letteratura come in alcuni importanti esponenti della beat generation, hanno anticipato il nostro lavoro, sta a noi continuare, pr aprire le porte ad una nuova consapevolezza.
Cabbalisticamente, il valore di Nike è 85, e 8+5=13, i segni dello Zodiaco più il sole, ma anche 1+3=4, i Quattro Elementi, ma se aggiungiamo Atena: Atena Nike=154=1+5+4, i Quattro Elementi, più lo Spirito, che, sommandosi al loro numero complessivo, danno 10, ovvero il numero delle Sephiroth, ovvero 1+0=1, e cio* il numero dell'Unità oltre le divisioni. A sua volta, il numero di Atena è 69, ancora la congiunzione degli opposti, che dà 6+9=15, e 1+5=6, cioè di nuovo la prima cifra del numero di Atena, che la seconda rispecchia a rovescio. )

Il Ventisettesimo Aethyr

Nella più assoluta oscurità, vidi brillare l'Esagramma di Salomone, ma solo nella parte superiore, ed esso ruotava incessantemente, e dalla zona inferiore, immersa nel buio, gli enti che lo componevano brillavano via via più immensamente, man mano che salivano, e l'Angelo era alle mie spalle, e così non potei vederlo, ed Egli mi disse: - Osserva come i moti delle cose si avvicendino, e in questo modo tu comprenderai la necessità della reincarnazione, nel continuo procedere del Tutto. -
E poi giunse una barca, della quale le vele erano verdi e viola, ed era tutta
stipata di Elfi dalle tuniche bianche, muniti di archi, ed a prua tracciavano la rotta il Dio Thor e il Dio Odino, sì, il Dio Odino e il Dio Thor tracciavano la rotta.
E scendemmo laddove si poteva osservare la Terra illuminata dal sole, ed essa era bella, Gea vestita di molti colori, ma eravamo circondati dai Giganti, oscure creature, e il Dio Odino li colpiva con la sua lancia, mentre il Dio Thor, agitando il martello Mjolnirr, faceva precipitare tuoni sopra di essi, mentre gli Elfi incessantemente scagliavano le loro frecce.
Così senza sosta noi lottammo, e senza sosta gli innumerevoli Giganti scaturivano dal terreno, eppure essi non riuscivano a conquistare neanche un piccolo frammento del nostro avamposto del Bene. Poi sparirono i Giganti, e sparirono il Dio Odino e il Dio Thor, e sparirono gli Elfi, e mi ritrovai solo sul pianeta rosso, e fuii colto da un improvviso e lacerante languore, e fu qui che la Visione ebbe termine.

martedì 29 gennaio 2008

Il Ventottesimo Aethyr

Mi ritrovai solo tra le colonne dal capitello di papiro, finché un Angelo dalla pelle di pietra e dalle ali di candida piuma non mi raggiunse, lo salutai con i Segni di L.V.X., ed Egli mi rispose con gli stessi segni, cui aggiunse i Segni dell'Entrante e del Silenzio, ai quali rispose prontamente.
Uscii seguendolo dal colonnato, e mi ritrovai a vagare per gli Spazi Esterni, laddove un nuovo Sistema Solare si stava formando, ed il vento stellare scuoteva visibilmente le Sue ali, e questo fu quanto la Sua voce mi disse:
- Osserva come le stelle siano buchi dai quali si manifesta la Luce del Sole Centrale, che tutto muove e tutto forma attorno a sé, e come esse cadano, manifestando buchi neri, nell'eterno gioco degli opposti. Non timemus! Non paventante le manifestazioni dell'Eterno, perché voi siete come uno strato sottile posto al di là dei confini del mondo. Tenete invece salde nel vostro cuore le chiavi del Suo Insegnamento, giacché costituirà un Pilastro di Fuoco innalzato ad illuminare le vostre vie. Perchè i sistemi solari sono i magnifici calcolatori del tempo per la Volontà Divina, ed ognuno di essi trasmette un messaggio, dacché ogni pianeta è un Segno, ed ogni pianeta è un Simbolo. -
Scendemmo poi su un pianeta nascosto tra le pieghe dello spazio, e là incontrammo un libro aperto, sul quale era posata una pietra della quale non mi è lecito rivelare oltre, ma l'Angelo mi disse: - Osserva ora come gli uomini volutamente fraintendano i messaggi dagli spazi cosmici, comprendi come questo sia un Simbolo della sacra Dèa. -
Ed io fui pronto a baciare la Santissima Pietra.
Poi in una stella si formò un colonnato, ed erano una colonna bianca ed una nera, e le varcammo, giungendo in un cunicolo molto freddo dove si erano formati dei ghiacci, ricordo che provai molti brividi, e l'Angelo ne prese uno, lo porse alla mia osservazione, dicendo: - Ricorda l'armonia dei fiocchi di neve, la Natura è permeata di questa perfezione, di cui partecipa anche l'uomo, ma non vuole accorgersene, perchè preferisce essere assediato dalle angustie. -
Poi uscimmo, raggiungendo il deserto, le Piramidi e la Sfinge, ma la visione fu presto interrotta.

lunedì 28 gennaio 2008

Il Ventinovesimo Aethyr

Mi sono ritrovato in un territorio totalmente devastato dalle fiamme, dal cielo, plumbeo e coperto di nubi nere, si scatenavano fulmini a non finire, a qualche distanza da me, si stagliava la Torre di Babele.
Entro all'interno della torre, il pavimento è di un colore blu scuro molto simile a quello della " Porta di Ishtàr", le scalinate sono di gradini di pietra, molto grandi e tozzi, faticosi da risalire, le percorro finché arrivo al tetto, dove si staglia una statua, d'aspetto bronzeo, di un Angelo che punta la spada verso il cielo ( poco prima che io la intraveda, il tutto è scosso da una spaventosa scarica di terremoto, tanto da far temere che la Torre stessa stia per crollare ).
Una colonna di luce scende dall'alto delle nubi, esitante, la raggiungo e vengo avviluppato da essa, che mi trasporta più in alto delle plumbee nubi.
Al di sopra della tempesta, il cielo è azzurro e le nubi calme e bianche, ed io mi ritrovo a vagare senza meta saltando da una nube all'altra, finché non mi raggiunge un Angelo dalla pelle di aspetto pietroso, molto consistente, dai suoi occhi e dalla sua bocca emana fiamme di un luminoso colore giallo, porta una spada di Energia e uno scudo che mi pare fosse triangolare, lo saluto con i Segni di L.V.X., risponde parimenti e saluta con un cenno della testa, poi mi accompagna.
Saliamo assieme due percorsi di nuvole che ci raggiungono sistemandosi in forma di scalinata fino a raggiungere un Tempio Circolare nell'Alto dei Cieli, esso è costruito in vero lapislazzuli, e le colonne del pronao sono fatte di oro massiccio.
L'Angelo mi spiega che la forma a spirale della Torre di Babele implica l'impossibilità di raggiungere la perfezione in Terra, giacché ogni cosa che si slanci verso l'alto presto o tardi finirà per ricadere in basso, in questo senso i costruttori furono puniti con la divisione dei linguaggi, mentre la unica, vera perfezione è nel Tempio costruito nei Cieli.
L'interno del Tempio è di colore azzurro, e l'aspetto è molto simile a quello di una Chiesa Cattolica: chiedo all'Angelo se qui ci si inginocchia, ma Egli risponde guardandomi con severità, così raggiungo una delle panche e mi siedo in asana, meditando: solo allora mi accorgo che il Tempio costituisce un Cerchio perfetto, e cioé privo dell'anomalia del " P greco ", la sensazione è a dir poco allucinatoria, e richiama alla mente alcune geometrie od architetture lovecraftiane, sembra farmi comprendere a livello intuitivo la ragione per cui non si riesce a far quadrare il cerchio.
Sull'Altare sono presenti esclusivamente una Coppa ed un'Ostia, e mi accorgo che sono disposti come sull'Altare Magico la Coppa ed i Pentacoli; mancano, insomma, i Simboli Maschili, chiedo spiegazioni all'Angelo che mi risponde: - Tu sai delle corrispondenze di Binah, e degli eventi storici che le hanno nascoste, originariamente questo era un Tempio alla Dèa.
Compare poi dietro l'Altare un candelabro molto alto, apparentemente di oro massiccio e piuttosto sottile, con due candele bianche accese, la sua presenza mi sembra dubbia qui, ma l'Angelo mi risponde che siamo sulle soglie del Piano Materiale, laddove è in procinto di manifestarsi la dualità.
Lo scenario intorno a me cambia completamente, ed ora mi ritrovo circondato da una sorta di generatori posti in circolo ( non sono riuscito a contare quanti, ma erano pochi, non più di quattro o sei ), al centro dei quali compaiono delle teste di Medusa i cui capelli sono serpenti neri, e dall'espressione sofferente. Guardo in basso per il timore di rimanere " pietrificato ", ma l'Angelo mi spiega che non vi è motivo, gli occhi delle Meduse sono stati asportati, la sola presenza delle teste, infatti, è sufficiente per portare stabilità dentro i processi operanti nei generatori. Scendiamo in seguito una scalinata in ferro battuto che porta presso una fornace ricca di pozze rettangolari piene sino all'orlo di lava. Esse, mi spiega l'Angelo, costituiscono l'energia potenziale dei corpi " in quiete ".
Senza bisogno di risalire, apriamo una porta di ferro, che, come il resto dell'ambiente, ha uno strano colore arancione, e torniamo al Tempio. l'Angelo mi spiega che questo curioso passaggio implica la corrispondenza tra il Tempio ed i processi generatori di Energia. Qui, il candelabro è sparito, e dietro l'Altare, ben visibile, dipinto sul muro in bianco sull'azzurro, è comparso il Simbolo della Dèa. Capisco che si tratta di un Portale che mi porterà ancora oltre, così attendo che si apra, ma quanto vidi oltre, non mi è lecito riferire.