sabato 4 ottobre 2008

Il nono Aethyr

Avvolto nel buio più tetro, compreso del più doloroso tremore e della paura più vigorosa, non so per quanto tempo, o per quali luoghi io venni portato, soltanto che mi sforzai, quasi nuotando in quell'ambiguo carico, di raggiungerne il fondo.
E poi il coperchio venne alzato, e la luce di torce innumerevoli agganciate alle pareti di quella strana stanza si rovesciò dentro lo scrigno, ed io, con l'unico mio occhio che non fosse con il resto del corpo seppellito vivo lì dentro, vidi che mi trovavo nel mezzo di un groviglio di corpi umani accatastati, e dove avevo trovato ruvido, quelli erano i muscoli, e dove avevo trovato flaccido, quello era il grasso, e dove avevo trovato aggrovigliato e arruffato, quelli erano i peli e i capelli.
E rimasi lì a lungo, e non saprei dire quanto, ma mi accorgevo che col tempo il carico sopra di me sembrava farsi sempre più leggero, e spesso mi capitava di sentire strani rumori, come di martelli, coltelli, seghe e denti, ma anche di rulli, catenacci e cinghie. Finché il peso si affievolì si fece esiguo, e muoversi sarebbe stato altrettanto pericoloso che rimanere fermi, e allora mi alzai lentamente, e sporsi con cautela la testa fuori del baule, e vidi attorno a me decine di contenitori come quello in cui mi trovavo, e da ognuno di essi emergevano corpi che, come quelli nei quali ero immerso, rilucevano di una materia trasparente, oleosa ed untuosa. Ma ancora più terrificante fu quanto vidi attorno, perché ero in una stanza tutta costruita in lamine di ferro sottili e molto taglienti, ed ovunque, sulle pareti, sul pavimento e sul soffitto, si distinguevano larghe strisce di sangue incrostato.
Ma al centro della stanza, così che potesse agevolmente muovere le braccia verso gli scrigni, e sollevare da essi i corpi, vidi torreggiare un gigante alto quasi tremila metri e cinquecento, ed esso aveva sei gambe, e sei stolide teste esso aveva, ed anche sei braccia, ed in una mano teneva una mannaia, e in un'altra una sciabola, e nella terza una sega elettrica, e nella quarta un martello da guerra, e nella quinta un mattarello, e nella sesta una mazza ferrata, ed al suo fianco si trovava una larga tinozza, piena di un vino dall'odore forte ed intenso, perché egli era Adraman, uno dei figli di Semjaza sopravvissuti al diluvio: i giganti mangiatori di uomini. E davanti a lui era la mia bilancia, ed il mio cuore era sul piatto sinistro, e la mia piuma era sul piatto destro, e la mia lira cadeva dal suo collo agganciata ad una lunga e spessissima catena, molto robusta, perché la usava come ornamento e come medaglione.
E poi Adraman prese da uno dei bauli una manciata di corpi, e li fece a pezzi con la mannaia, e ne tritò le ossa con la sega elettrica, e li pestò ripetutamente con la mazza ferrata e li riempì di buchi, e ne fece un impasto sottile con il martello da guerra, che poi stese con il mattarello, e che infine sistemò sulla punta della sua sciabola, per intingerlo nel vino, mentre dappertutto si rovesciava il sangue: e fu allora che mi accorsi che quella materia trasparente, densa ed untuosa di cui i corpi erano rivestiti, non solo impediva di morire, ma toglieva al corpo ogni sensibilità, tranne quella al dolore, perché l'impasto che il gigante stava avvicinando alla bocca continuava a tremare e a sussultare anche dopo essere stato intinto nel vino, ed egli divise quell'orrendo biscotto tra i suoi sei volti, che ne masticarono lentamente e ne inghiottirono i frammenti, e su ognuna di quelle facce deficienti si dipinse in successione un sorriso placido e compiaciuto. Ma poi Adraman azionò un congegno, ed una botola della dimensione di un uomo si aprì davanti a lui, ed in essa i suoi sei volti sputarono le ossa che non erano state ben tritate, perché non si incuneassero nei denti, assieme a quanto non avevano trovato digeribile, in un profluvio di saliva, mentre io mi accorgevo atterrito che anche quei pezzi tremavano; e poi, finalmente soddisfatto del pasto, si spostò di peso sopra una piattaforma presente al suo fianco, e tutte le lamine di cui era costituita la stanza presero a vorticare e a volteggiare, a chiudersi e a riaprirsi, mostrando colori sempre diversi ed ipnotici, od il vuoto oltre la stanza, ed ogni faccia delle lamine mi accorsi che era incrostata di sangue rappreso, e, dalle espressioni soddisfatte dei suoi volti, capii che il gigante stava giocando. Allora un'idea mi sovvenne, e mi rannicchiai nel baule, ed attesi, finchè il gigante, appesantito dal pasto e ipnotizzato dal gioco, decise di smetterlo, e, liberandosi della piattaforma, bloccò il vorticare delle lamine, tornò al posto che occupava precedentemente, e finì per addormentarsi.
Allora mi levai, per avvicinarmi cautamente al gigante e alla bilancia, e sollevai con la mano destra il cuore dal piatto sinistro di essa, e lo scagliai contro le trippe del gigante, e contro i rotoli di grasso che gli scendevano abbondanti dal collo, e che si erano formati esclusivamente da carne umana, ed esso ivi si perse e temetti di averlo smarrito lì dentro per sempre, ma poi ottenni l'effetto voluto, e quegli elastici cuscinetti di adipe lo rispospinsero verso di me come un sasso che venga scagliato da una fionda, ed io ne colsi la traiettoria, ed aprii la bocca, e lo ingoiai, cosicché esso tornasse per sempre al suo posto, come infatti avvenne. Ed intanto il gigante ancora dormiva, ed io sollevai la piuma dal piatto destro con la mano sinistra, e la inserii dentro il marchingegno della botola, ed essa si aprì davanti ai miei piedi, lasciandomi intravedere solo il buio e una caduta senza fine, e in ultimo sollevai la bilancia con entrambe le braccia, e la posai sopra la piattaforma a fianco del gigante, sopra la quale egli si posava per far volteggiare le lamine, ed io vi salii con essa, ma ancora non fu sufficiente, perché ben ferme esse erano, e decisi di saltare con tutta la mia forza sopra la piattaforma, e così feci, e più volte, e con sempre maggior vigore, e, pur non muovendo le lamine, facevo comunque molto strepito, finché il gigante aprì un occhio, e poi il gigante aprì l'altro occhio, accorgendosi di me, ed avventandomisi contro, portando la mia lira proprio davanti al mio volto.
E fu proprio in quel momento che le lamine iniziarono a vorticare, facendogli a pezzi le gambe.
Ed io mi ritrovai sotto una pioggia di carne, sangue, ossa e midollo, ed i miei occhi erano semichiusi a causa di essa, ma riuscii ad afferrare la mia lira ed aggrappato ad essa mi sospinsi vigorosamente e riuscii a raggiungere la botola, volteggiando sopra le lamine rotanti, mentre il gigante urlava il suo dolore ed il suo astio come centomila anime dannate.
E rimasi aggrappato alla lira e alla catena nell'oscurità della botola, finché anche il collo di Adraman non venne anch'esso sfracellato, e allora precipitai nell'oscurità e nella tenebra senza fine.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

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