E precipitai, precipitai in quel buio per un tempo così esteso che non ne saprei dire l'uguale, ed i miei visceri si contorcevano per l'effetto della caduta, e le gambe parevano prendere il posto delle braccia, e le braccia quello delle gambe, e la testa rimanere centrale nel tronco, perché in quell'oscurità precipitando, privo di ogni punto di riferimento, persi la percezione stessa del mio corpo. Ma quanto fu che accadde di peggio, è che mi apparvero volti maligni e distorti fluorescenti in quella tenebra, e da essi si dipartivano mani e artigli adunchi, e cercavano di abbrancarmi e di prendermi, per portarmi alle loro bocche talmente aguzze di zanne, che alcune di queste, non trovando posto in esse, sgorgavano da pustole sanguinolente e putride poste sotto i nasi, o sulle guance, o nelle cornee o nelle pupille.
Ed io caddi, caddi, e continuai a cadere, finché, in un impeto di disperazione, mi si fece come certa la realtà della morte, perché, contro qualunque cosa avessi impattato, sicuramente non avrei avuto buona ventura.
E invece precipitai in un muro d'acque che sembrò dilatarsi per accogliermi, e, fattosi morbido, mi avvolse completamente, ed io poco alla volta recuperai il controllo delle mie membra intorpidite, e, gravato da questa nuova apnea, risalii nuotando in superficie.
E fu allora che mi accadde di vedere quell'infinita distesa d'acque, sotto un cielo che era di notte, e solo in quel momento compresi che ero precipitato all'incontrario, e che ero ritornato in quell'enorme specchio, sotto il quale si nascondeva il palazzo di Adraman, e che da qualche parte, all'orizzonte, si celava quell'oasi che tante amarezze mi aveva creato, così, raggiunta quella speranza dell'essere vivo, la smarrii di nuovo, perché temetti di rimanere fino all'inevitabile conclusione in quel letto di acque, o che quei Dèmoni maligni che avevo intravisto nei corridoi mi riportassero, raggiungendomi, dal terribile Adraman, ormai sicuramente rigeneratosi dal suo sangue sparso, dai suoi nervi lacerati, dalla sua carne strappata e dai suoi capelli sparpagliati.
Ma fu quando mi sentii scoraggiato nel profondo dell'anima, che vidi in lontananza formarsi un punto sopra le acque, e quel punto si fece forma geometrica indistinta, e quella forma geometrica indistinta si fece trapezio, e quel trapezio si munì di segmenti che si levavano verso il cielo, e quel trapezio munito di segmenti che si levavano verso il cielo si fece infine una lignea nave vera e propria, ed essa era munita a prua di una figura scolpita di Angelo, che con una mano puntava verso l'orizzonte, mentre nell'altra portava un gomitolo di corde e sartiami per vascelli.
E così fui caricato a bordo, e i marinai portavano tuniche di colore verde, e non avevano pelle, ma squame di colore dell'oro, ed i loro occhi scuri, dai quali si dipartivano dei fumi neri, risaltavano particolarmente tra le palpebre dorate che li circondavano, e parevano piccoli fari che, invece di proiettare luce, proiettassero tenebra. Pure non mi sembrarono malvagi: parlavano tra loro un linguaggio metallico e ronzante, e fecero di tutto perchè mi trovassi a mio agio e per rassicurarmi, nonostante vicendevolmente non comprendessimo le nostre lingue; e allora ebbi l'intuizione che si trattasse di una specie inizialmente malvagia e violenta, forse anche più distruttiva dei Dèmoni di Adraman, ma che fosse riuscita a convertirsi ad un insegnamento angelico, e che questo trovasse la sua epitome e il suo simbolo nella figura dell'Angelo posta a prua, ed indicante l'orizzonte con un dito, e recante un gomitolo di corde e sartiami nell'altra.
E viaggiammo per giorni e giorni, e vidi l'estensione del cielo riflettersi nello specchio delle acque, e lo specchio del cielo riflettere l'estensione delle acque, e venni nutrito con pesce che veniva pescato per me, sia pure a malincuore, perché dovevano avere quegli esseri una qualche forma di parentela con le creature marine, assieme a delle gallette che i marinai masticavano usando come condimento una scura poltiglia dall'odore pungente e nauseabondo, che prelevavano dalle stive della nave.
Non vi era grande allegria e felicità in quel punto, solo un ordine preciso e rigoroso, meticolosissimo, che veniva seguito dai marinai nell'esercizio delle loro funzioni, e che si riconosceva particolarmente quando incrociavamo altre navi, le cui attività rispecchiavano perfettamente le nostre, e con il capitano delle quali il nostro ufficiale scambiava brevi comunicazioni nel suo cristallino linguaggio.
Ed io, così diverso da loro, in quella situazione mi sentivo, pur trattato con tanta gentilezza, estraneo, e c'erano momenti in cui avrei preferito tornare a gettarmi in acqua, piuttosto che sopportare un secondo di più quel supplizio di solitudine, ed unico mio conforto era la Luna, alla quale sempre più spesso si volgeva il mio sguardo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
lunedì 6 ottobre 2008
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