Finché a noi si avvicinò una nave, ed era tutta in legno, e la sua prua era cesellata a forma di drago, e dai suoi fianchi si alzavano ali spuntonate, e dalla poppa una coda aguzza di scorpione, mentre sopra l'albero maestro al vento oscillava il nero stendardo dei pirati. Ma quanto mi intimorì di più, era l'essere essa tutta gremìta di quei Dèmoni dall'aspetto tremendo ai quali a fatica ero riuscito a fuggire, ed essi erano tutti rivestiti di armi e armature, sì, erano tutti rivestiti di armi e armature.
E non mancò molto che entrambe le navi fossero bersagliate da nugoli di frecce, e sull'uno e sull'altro dei ponti le genti cadevano, mentre sempre più il rostro della nave nemica si appressava al fianco della nostra.
E poi ci fu l'impatto, e lo scafo, e la chiglia, ed ogni parte del nostro legno vibrarono violentemente sotto l'impeto di quell'urto, e noi cademmo a terra sbilanciati, mentre quei predoni del mare, esperti in manovre di guerra, si rovesciavano sulla nostra imbarcazione con urla selvagge e spaventose.
E allora ci fu battaglia sul ponte della nave che iniziava ad imbarcare acqua, ed erano molti quelli che cadevano sotto la violenza delle armi, ed io mi accorsi che il sangue di quei Dèmoni era di un nero fangoso e putrido, mentre quello dei miei ospiti era di un oro risplendente, e, la battaglia rimanendo incerta per lungo tratto, io afferrai la spada lasciata al suolo da uno dei miei compagni caduto, e mi affrettai ad immergermi nella battaglia.
E non passò molto che mi ritrovai coinvolto in singolar tenzone contro una di quelle infami creature, ed essa digrignava i denti e grugniva, e urlava e tentava di azzannarmi, roteando con grande maestria e abilità il suo tridente, dal quale mi difendevo arretrando e parando come potevo, finché un suo fendente non mi fece scivolare la spada di mano, per condurla a volare alta nell'aria, e poi tuffarsi in acqua.
E allora rimasi impietrito nell'incertezza, perché da un lato avrei voluto tornare a combattere ed aiutare i miei ospiti, e dall'altro ero stato terrorizzato da quanto era successo, e così, spaventato e avvilito, osservavo voltandomi a destra e a sinistra lo svolgimento della battaglia, che mi sembrava protendere a nostro favore, sì, mi sembrava protendere a nostro favore, ma poi credetti di morire, e non vidi altro che rosso e nero.
E mi svegliai in un letto caldo e teporoso, e vi era una donna bruna e dagli occhi scuri ad accudirmi, e le chiesi che cosa fosse stato, e lei mi raccontò che lo scontro contro i pirati era stato vinto, sì, che lo scontro contro i pirati era stato vinto, e che i marinai erano sbarcati in città, ma che lei non conosceva le ragioni di quello sbarco, e che io ero svenuto perché ero stato colpito alla testa, e che avrei rischiato serie conseguenze, se non fossi stato affidato alle sue cure, e così mi aveva accudito con erbe e pozioni, e con decotti e radici, e aveva curato il mio male, poi mi accorsi tastando con le dita di una grossa benda dietro la mia nuca.
E allora mi offrì un semplice pasto a base di passato di verdure con fette di pane e miele, e c'era anche un bicchiere di latte saporito e appena munto, ed altre delizie di frutta e verdura. Ed io mangiai abbondantemente, e non potei fare altro che ringraziarla, ma lei accolse con un sorriso i miei inchini, e poi ci salutammo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
venerdì 17 ottobre 2008
lunedì 6 ottobre 2008
L'ottavo Aethyr
E precipitai, precipitai in quel buio per un tempo così esteso che non ne saprei dire l'uguale, ed i miei visceri si contorcevano per l'effetto della caduta, e le gambe parevano prendere il posto delle braccia, e le braccia quello delle gambe, e la testa rimanere centrale nel tronco, perché in quell'oscurità precipitando, privo di ogni punto di riferimento, persi la percezione stessa del mio corpo. Ma quanto fu che accadde di peggio, è che mi apparvero volti maligni e distorti fluorescenti in quella tenebra, e da essi si dipartivano mani e artigli adunchi, e cercavano di abbrancarmi e di prendermi, per portarmi alle loro bocche talmente aguzze di zanne, che alcune di queste, non trovando posto in esse, sgorgavano da pustole sanguinolente e putride poste sotto i nasi, o sulle guance, o nelle cornee o nelle pupille.
Ed io caddi, caddi, e continuai a cadere, finché, in un impeto di disperazione, mi si fece come certa la realtà della morte, perché, contro qualunque cosa avessi impattato, sicuramente non avrei avuto buona ventura.
E invece precipitai in un muro d'acque che sembrò dilatarsi per accogliermi, e, fattosi morbido, mi avvolse completamente, ed io poco alla volta recuperai il controllo delle mie membra intorpidite, e, gravato da questa nuova apnea, risalii nuotando in superficie.
E fu allora che mi accadde di vedere quell'infinita distesa d'acque, sotto un cielo che era di notte, e solo in quel momento compresi che ero precipitato all'incontrario, e che ero ritornato in quell'enorme specchio, sotto il quale si nascondeva il palazzo di Adraman, e che da qualche parte, all'orizzonte, si celava quell'oasi che tante amarezze mi aveva creato, così, raggiunta quella speranza dell'essere vivo, la smarrii di nuovo, perché temetti di rimanere fino all'inevitabile conclusione in quel letto di acque, o che quei Dèmoni maligni che avevo intravisto nei corridoi mi riportassero, raggiungendomi, dal terribile Adraman, ormai sicuramente rigeneratosi dal suo sangue sparso, dai suoi nervi lacerati, dalla sua carne strappata e dai suoi capelli sparpagliati.
Ma fu quando mi sentii scoraggiato nel profondo dell'anima, che vidi in lontananza formarsi un punto sopra le acque, e quel punto si fece forma geometrica indistinta, e quella forma geometrica indistinta si fece trapezio, e quel trapezio si munì di segmenti che si levavano verso il cielo, e quel trapezio munito di segmenti che si levavano verso il cielo si fece infine una lignea nave vera e propria, ed essa era munita a prua di una figura scolpita di Angelo, che con una mano puntava verso l'orizzonte, mentre nell'altra portava un gomitolo di corde e sartiami per vascelli.
E così fui caricato a bordo, e i marinai portavano tuniche di colore verde, e non avevano pelle, ma squame di colore dell'oro, ed i loro occhi scuri, dai quali si dipartivano dei fumi neri, risaltavano particolarmente tra le palpebre dorate che li circondavano, e parevano piccoli fari che, invece di proiettare luce, proiettassero tenebra. Pure non mi sembrarono malvagi: parlavano tra loro un linguaggio metallico e ronzante, e fecero di tutto perchè mi trovassi a mio agio e per rassicurarmi, nonostante vicendevolmente non comprendessimo le nostre lingue; e allora ebbi l'intuizione che si trattasse di una specie inizialmente malvagia e violenta, forse anche più distruttiva dei Dèmoni di Adraman, ma che fosse riuscita a convertirsi ad un insegnamento angelico, e che questo trovasse la sua epitome e il suo simbolo nella figura dell'Angelo posta a prua, ed indicante l'orizzonte con un dito, e recante un gomitolo di corde e sartiami nell'altra.
E viaggiammo per giorni e giorni, e vidi l'estensione del cielo riflettersi nello specchio delle acque, e lo specchio del cielo riflettere l'estensione delle acque, e venni nutrito con pesce che veniva pescato per me, sia pure a malincuore, perché dovevano avere quegli esseri una qualche forma di parentela con le creature marine, assieme a delle gallette che i marinai masticavano usando come condimento una scura poltiglia dall'odore pungente e nauseabondo, che prelevavano dalle stive della nave.
Non vi era grande allegria e felicità in quel punto, solo un ordine preciso e rigoroso, meticolosissimo, che veniva seguito dai marinai nell'esercizio delle loro funzioni, e che si riconosceva particolarmente quando incrociavamo altre navi, le cui attività rispecchiavano perfettamente le nostre, e con il capitano delle quali il nostro ufficiale scambiava brevi comunicazioni nel suo cristallino linguaggio.
Ed io, così diverso da loro, in quella situazione mi sentivo, pur trattato con tanta gentilezza, estraneo, e c'erano momenti in cui avrei preferito tornare a gettarmi in acqua, piuttosto che sopportare un secondo di più quel supplizio di solitudine, ed unico mio conforto era la Luna, alla quale sempre più spesso si volgeva il mio sguardo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
Ed io caddi, caddi, e continuai a cadere, finché, in un impeto di disperazione, mi si fece come certa la realtà della morte, perché, contro qualunque cosa avessi impattato, sicuramente non avrei avuto buona ventura.
E invece precipitai in un muro d'acque che sembrò dilatarsi per accogliermi, e, fattosi morbido, mi avvolse completamente, ed io poco alla volta recuperai il controllo delle mie membra intorpidite, e, gravato da questa nuova apnea, risalii nuotando in superficie.
E fu allora che mi accadde di vedere quell'infinita distesa d'acque, sotto un cielo che era di notte, e solo in quel momento compresi che ero precipitato all'incontrario, e che ero ritornato in quell'enorme specchio, sotto il quale si nascondeva il palazzo di Adraman, e che da qualche parte, all'orizzonte, si celava quell'oasi che tante amarezze mi aveva creato, così, raggiunta quella speranza dell'essere vivo, la smarrii di nuovo, perché temetti di rimanere fino all'inevitabile conclusione in quel letto di acque, o che quei Dèmoni maligni che avevo intravisto nei corridoi mi riportassero, raggiungendomi, dal terribile Adraman, ormai sicuramente rigeneratosi dal suo sangue sparso, dai suoi nervi lacerati, dalla sua carne strappata e dai suoi capelli sparpagliati.
Ma fu quando mi sentii scoraggiato nel profondo dell'anima, che vidi in lontananza formarsi un punto sopra le acque, e quel punto si fece forma geometrica indistinta, e quella forma geometrica indistinta si fece trapezio, e quel trapezio si munì di segmenti che si levavano verso il cielo, e quel trapezio munito di segmenti che si levavano verso il cielo si fece infine una lignea nave vera e propria, ed essa era munita a prua di una figura scolpita di Angelo, che con una mano puntava verso l'orizzonte, mentre nell'altra portava un gomitolo di corde e sartiami per vascelli.
E così fui caricato a bordo, e i marinai portavano tuniche di colore verde, e non avevano pelle, ma squame di colore dell'oro, ed i loro occhi scuri, dai quali si dipartivano dei fumi neri, risaltavano particolarmente tra le palpebre dorate che li circondavano, e parevano piccoli fari che, invece di proiettare luce, proiettassero tenebra. Pure non mi sembrarono malvagi: parlavano tra loro un linguaggio metallico e ronzante, e fecero di tutto perchè mi trovassi a mio agio e per rassicurarmi, nonostante vicendevolmente non comprendessimo le nostre lingue; e allora ebbi l'intuizione che si trattasse di una specie inizialmente malvagia e violenta, forse anche più distruttiva dei Dèmoni di Adraman, ma che fosse riuscita a convertirsi ad un insegnamento angelico, e che questo trovasse la sua epitome e il suo simbolo nella figura dell'Angelo posta a prua, ed indicante l'orizzonte con un dito, e recante un gomitolo di corde e sartiami nell'altra.
E viaggiammo per giorni e giorni, e vidi l'estensione del cielo riflettersi nello specchio delle acque, e lo specchio del cielo riflettere l'estensione delle acque, e venni nutrito con pesce che veniva pescato per me, sia pure a malincuore, perché dovevano avere quegli esseri una qualche forma di parentela con le creature marine, assieme a delle gallette che i marinai masticavano usando come condimento una scura poltiglia dall'odore pungente e nauseabondo, che prelevavano dalle stive della nave.
Non vi era grande allegria e felicità in quel punto, solo un ordine preciso e rigoroso, meticolosissimo, che veniva seguito dai marinai nell'esercizio delle loro funzioni, e che si riconosceva particolarmente quando incrociavamo altre navi, le cui attività rispecchiavano perfettamente le nostre, e con il capitano delle quali il nostro ufficiale scambiava brevi comunicazioni nel suo cristallino linguaggio.
Ed io, così diverso da loro, in quella situazione mi sentivo, pur trattato con tanta gentilezza, estraneo, e c'erano momenti in cui avrei preferito tornare a gettarmi in acqua, piuttosto che sopportare un secondo di più quel supplizio di solitudine, ed unico mio conforto era la Luna, alla quale sempre più spesso si volgeva il mio sguardo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
sabato 4 ottobre 2008
Il nono Aethyr
Avvolto nel buio più tetro, compreso del più doloroso tremore e della paura più vigorosa, non so per quanto tempo, o per quali luoghi io venni portato, soltanto che mi sforzai, quasi nuotando in quell'ambiguo carico, di raggiungerne il fondo.
E poi il coperchio venne alzato, e la luce di torce innumerevoli agganciate alle pareti di quella strana stanza si rovesciò dentro lo scrigno, ed io, con l'unico mio occhio che non fosse con il resto del corpo seppellito vivo lì dentro, vidi che mi trovavo nel mezzo di un groviglio di corpi umani accatastati, e dove avevo trovato ruvido, quelli erano i muscoli, e dove avevo trovato flaccido, quello era il grasso, e dove avevo trovato aggrovigliato e arruffato, quelli erano i peli e i capelli.
E rimasi lì a lungo, e non saprei dire quanto, ma mi accorgevo che col tempo il carico sopra di me sembrava farsi sempre più leggero, e spesso mi capitava di sentire strani rumori, come di martelli, coltelli, seghe e denti, ma anche di rulli, catenacci e cinghie. Finché il peso si affievolì si fece esiguo, e muoversi sarebbe stato altrettanto pericoloso che rimanere fermi, e allora mi alzai lentamente, e sporsi con cautela la testa fuori del baule, e vidi attorno a me decine di contenitori come quello in cui mi trovavo, e da ognuno di essi emergevano corpi che, come quelli nei quali ero immerso, rilucevano di una materia trasparente, oleosa ed untuosa. Ma ancora più terrificante fu quanto vidi attorno, perché ero in una stanza tutta costruita in lamine di ferro sottili e molto taglienti, ed ovunque, sulle pareti, sul pavimento e sul soffitto, si distinguevano larghe strisce di sangue incrostato.
Ma al centro della stanza, così che potesse agevolmente muovere le braccia verso gli scrigni, e sollevare da essi i corpi, vidi torreggiare un gigante alto quasi tremila metri e cinquecento, ed esso aveva sei gambe, e sei stolide teste esso aveva, ed anche sei braccia, ed in una mano teneva una mannaia, e in un'altra una sciabola, e nella terza una sega elettrica, e nella quarta un martello da guerra, e nella quinta un mattarello, e nella sesta una mazza ferrata, ed al suo fianco si trovava una larga tinozza, piena di un vino dall'odore forte ed intenso, perché egli era Adraman, uno dei figli di Semjaza sopravvissuti al diluvio: i giganti mangiatori di uomini. E davanti a lui era la mia bilancia, ed il mio cuore era sul piatto sinistro, e la mia piuma era sul piatto destro, e la mia lira cadeva dal suo collo agganciata ad una lunga e spessissima catena, molto robusta, perché la usava come ornamento e come medaglione.
E poi Adraman prese da uno dei bauli una manciata di corpi, e li fece a pezzi con la mannaia, e ne tritò le ossa con la sega elettrica, e li pestò ripetutamente con la mazza ferrata e li riempì di buchi, e ne fece un impasto sottile con il martello da guerra, che poi stese con il mattarello, e che infine sistemò sulla punta della sua sciabola, per intingerlo nel vino, mentre dappertutto si rovesciava il sangue: e fu allora che mi accorsi che quella materia trasparente, densa ed untuosa di cui i corpi erano rivestiti, non solo impediva di morire, ma toglieva al corpo ogni sensibilità, tranne quella al dolore, perché l'impasto che il gigante stava avvicinando alla bocca continuava a tremare e a sussultare anche dopo essere stato intinto nel vino, ed egli divise quell'orrendo biscotto tra i suoi sei volti, che ne masticarono lentamente e ne inghiottirono i frammenti, e su ognuna di quelle facce deficienti si dipinse in successione un sorriso placido e compiaciuto. Ma poi Adraman azionò un congegno, ed una botola della dimensione di un uomo si aprì davanti a lui, ed in essa i suoi sei volti sputarono le ossa che non erano state ben tritate, perché non si incuneassero nei denti, assieme a quanto non avevano trovato digeribile, in un profluvio di saliva, mentre io mi accorgevo atterrito che anche quei pezzi tremavano; e poi, finalmente soddisfatto del pasto, si spostò di peso sopra una piattaforma presente al suo fianco, e tutte le lamine di cui era costituita la stanza presero a vorticare e a volteggiare, a chiudersi e a riaprirsi, mostrando colori sempre diversi ed ipnotici, od il vuoto oltre la stanza, ed ogni faccia delle lamine mi accorsi che era incrostata di sangue rappreso, e, dalle espressioni soddisfatte dei suoi volti, capii che il gigante stava giocando. Allora un'idea mi sovvenne, e mi rannicchiai nel baule, ed attesi, finchè il gigante, appesantito dal pasto e ipnotizzato dal gioco, decise di smetterlo, e, liberandosi della piattaforma, bloccò il vorticare delle lamine, tornò al posto che occupava precedentemente, e finì per addormentarsi.
Allora mi levai, per avvicinarmi cautamente al gigante e alla bilancia, e sollevai con la mano destra il cuore dal piatto sinistro di essa, e lo scagliai contro le trippe del gigante, e contro i rotoli di grasso che gli scendevano abbondanti dal collo, e che si erano formati esclusivamente da carne umana, ed esso ivi si perse e temetti di averlo smarrito lì dentro per sempre, ma poi ottenni l'effetto voluto, e quegli elastici cuscinetti di adipe lo rispospinsero verso di me come un sasso che venga scagliato da una fionda, ed io ne colsi la traiettoria, ed aprii la bocca, e lo ingoiai, cosicché esso tornasse per sempre al suo posto, come infatti avvenne. Ed intanto il gigante ancora dormiva, ed io sollevai la piuma dal piatto destro con la mano sinistra, e la inserii dentro il marchingegno della botola, ed essa si aprì davanti ai miei piedi, lasciandomi intravedere solo il buio e una caduta senza fine, e in ultimo sollevai la bilancia con entrambe le braccia, e la posai sopra la piattaforma a fianco del gigante, sopra la quale egli si posava per far volteggiare le lamine, ed io vi salii con essa, ma ancora non fu sufficiente, perché ben ferme esse erano, e decisi di saltare con tutta la mia forza sopra la piattaforma, e così feci, e più volte, e con sempre maggior vigore, e, pur non muovendo le lamine, facevo comunque molto strepito, finché il gigante aprì un occhio, e poi il gigante aprì l'altro occhio, accorgendosi di me, ed avventandomisi contro, portando la mia lira proprio davanti al mio volto.
E fu proprio in quel momento che le lamine iniziarono a vorticare, facendogli a pezzi le gambe.
Ed io mi ritrovai sotto una pioggia di carne, sangue, ossa e midollo, ed i miei occhi erano semichiusi a causa di essa, ma riuscii ad afferrare la mia lira ed aggrappato ad essa mi sospinsi vigorosamente e riuscii a raggiungere la botola, volteggiando sopra le lamine rotanti, mentre il gigante urlava il suo dolore ed il suo astio come centomila anime dannate.
E rimasi aggrappato alla lira e alla catena nell'oscurità della botola, finché anche il collo di Adraman non venne anch'esso sfracellato, e allora precipitai nell'oscurità e nella tenebra senza fine.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
E poi il coperchio venne alzato, e la luce di torce innumerevoli agganciate alle pareti di quella strana stanza si rovesciò dentro lo scrigno, ed io, con l'unico mio occhio che non fosse con il resto del corpo seppellito vivo lì dentro, vidi che mi trovavo nel mezzo di un groviglio di corpi umani accatastati, e dove avevo trovato ruvido, quelli erano i muscoli, e dove avevo trovato flaccido, quello era il grasso, e dove avevo trovato aggrovigliato e arruffato, quelli erano i peli e i capelli.
E rimasi lì a lungo, e non saprei dire quanto, ma mi accorgevo che col tempo il carico sopra di me sembrava farsi sempre più leggero, e spesso mi capitava di sentire strani rumori, come di martelli, coltelli, seghe e denti, ma anche di rulli, catenacci e cinghie. Finché il peso si affievolì si fece esiguo, e muoversi sarebbe stato altrettanto pericoloso che rimanere fermi, e allora mi alzai lentamente, e sporsi con cautela la testa fuori del baule, e vidi attorno a me decine di contenitori come quello in cui mi trovavo, e da ognuno di essi emergevano corpi che, come quelli nei quali ero immerso, rilucevano di una materia trasparente, oleosa ed untuosa. Ma ancora più terrificante fu quanto vidi attorno, perché ero in una stanza tutta costruita in lamine di ferro sottili e molto taglienti, ed ovunque, sulle pareti, sul pavimento e sul soffitto, si distinguevano larghe strisce di sangue incrostato.
Ma al centro della stanza, così che potesse agevolmente muovere le braccia verso gli scrigni, e sollevare da essi i corpi, vidi torreggiare un gigante alto quasi tremila metri e cinquecento, ed esso aveva sei gambe, e sei stolide teste esso aveva, ed anche sei braccia, ed in una mano teneva una mannaia, e in un'altra una sciabola, e nella terza una sega elettrica, e nella quarta un martello da guerra, e nella quinta un mattarello, e nella sesta una mazza ferrata, ed al suo fianco si trovava una larga tinozza, piena di un vino dall'odore forte ed intenso, perché egli era Adraman, uno dei figli di Semjaza sopravvissuti al diluvio: i giganti mangiatori di uomini. E davanti a lui era la mia bilancia, ed il mio cuore era sul piatto sinistro, e la mia piuma era sul piatto destro, e la mia lira cadeva dal suo collo agganciata ad una lunga e spessissima catena, molto robusta, perché la usava come ornamento e come medaglione.
E poi Adraman prese da uno dei bauli una manciata di corpi, e li fece a pezzi con la mannaia, e ne tritò le ossa con la sega elettrica, e li pestò ripetutamente con la mazza ferrata e li riempì di buchi, e ne fece un impasto sottile con il martello da guerra, che poi stese con il mattarello, e che infine sistemò sulla punta della sua sciabola, per intingerlo nel vino, mentre dappertutto si rovesciava il sangue: e fu allora che mi accorsi che quella materia trasparente, densa ed untuosa di cui i corpi erano rivestiti, non solo impediva di morire, ma toglieva al corpo ogni sensibilità, tranne quella al dolore, perché l'impasto che il gigante stava avvicinando alla bocca continuava a tremare e a sussultare anche dopo essere stato intinto nel vino, ed egli divise quell'orrendo biscotto tra i suoi sei volti, che ne masticarono lentamente e ne inghiottirono i frammenti, e su ognuna di quelle facce deficienti si dipinse in successione un sorriso placido e compiaciuto. Ma poi Adraman azionò un congegno, ed una botola della dimensione di un uomo si aprì davanti a lui, ed in essa i suoi sei volti sputarono le ossa che non erano state ben tritate, perché non si incuneassero nei denti, assieme a quanto non avevano trovato digeribile, in un profluvio di saliva, mentre io mi accorgevo atterrito che anche quei pezzi tremavano; e poi, finalmente soddisfatto del pasto, si spostò di peso sopra una piattaforma presente al suo fianco, e tutte le lamine di cui era costituita la stanza presero a vorticare e a volteggiare, a chiudersi e a riaprirsi, mostrando colori sempre diversi ed ipnotici, od il vuoto oltre la stanza, ed ogni faccia delle lamine mi accorsi che era incrostata di sangue rappreso, e, dalle espressioni soddisfatte dei suoi volti, capii che il gigante stava giocando. Allora un'idea mi sovvenne, e mi rannicchiai nel baule, ed attesi, finchè il gigante, appesantito dal pasto e ipnotizzato dal gioco, decise di smetterlo, e, liberandosi della piattaforma, bloccò il vorticare delle lamine, tornò al posto che occupava precedentemente, e finì per addormentarsi.
Allora mi levai, per avvicinarmi cautamente al gigante e alla bilancia, e sollevai con la mano destra il cuore dal piatto sinistro di essa, e lo scagliai contro le trippe del gigante, e contro i rotoli di grasso che gli scendevano abbondanti dal collo, e che si erano formati esclusivamente da carne umana, ed esso ivi si perse e temetti di averlo smarrito lì dentro per sempre, ma poi ottenni l'effetto voluto, e quegli elastici cuscinetti di adipe lo rispospinsero verso di me come un sasso che venga scagliato da una fionda, ed io ne colsi la traiettoria, ed aprii la bocca, e lo ingoiai, cosicché esso tornasse per sempre al suo posto, come infatti avvenne. Ed intanto il gigante ancora dormiva, ed io sollevai la piuma dal piatto destro con la mano sinistra, e la inserii dentro il marchingegno della botola, ed essa si aprì davanti ai miei piedi, lasciandomi intravedere solo il buio e una caduta senza fine, e in ultimo sollevai la bilancia con entrambe le braccia, e la posai sopra la piattaforma a fianco del gigante, sopra la quale egli si posava per far volteggiare le lamine, ed io vi salii con essa, ma ancora non fu sufficiente, perché ben ferme esse erano, e decisi di saltare con tutta la mia forza sopra la piattaforma, e così feci, e più volte, e con sempre maggior vigore, e, pur non muovendo le lamine, facevo comunque molto strepito, finché il gigante aprì un occhio, e poi il gigante aprì l'altro occhio, accorgendosi di me, ed avventandomisi contro, portando la mia lira proprio davanti al mio volto.
E fu proprio in quel momento che le lamine iniziarono a vorticare, facendogli a pezzi le gambe.
Ed io mi ritrovai sotto una pioggia di carne, sangue, ossa e midollo, ed i miei occhi erano semichiusi a causa di essa, ma riuscii ad afferrare la mia lira ed aggrappato ad essa mi sospinsi vigorosamente e riuscii a raggiungere la botola, volteggiando sopra le lamine rotanti, mentre il gigante urlava il suo dolore ed il suo astio come centomila anime dannate.
E rimasi aggrappato alla lira e alla catena nell'oscurità della botola, finché anche il collo di Adraman non venne anch'esso sfracellato, e allora precipitai nell'oscurità e nella tenebra senza fine.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
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