martedì 30 settembre 2008

Il decimo Aethyr

E così nuotai a lungo, ed ogni speranza di sopravvivere vieppiù si allontanava sopra di me, mentre diverse volte credetti i miei polmoni già deboli tradirmi ed abbandonarmi implodendo a causa dell'apnea.
E avevo paura, e più volte mi costrignevo a non tremare, per non perdere il mio scarso controllo del nuoto, e quando credetti ormai giunta la fine, mi accorsi che questa sembrava concretizzarsi in un palazzo sottomarino dalla bellezza abbagliante.
Tutto bianco esso era, ma di un delicato blu cobalto erano le finestre, e le guglie dei casamenti e dei minareti erano rosse, e tanto grande, e massicio e robusto era quel palazzo che neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo, no, neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo.
Lo fiancheggiai per un poco, mentre la vista mi si faceva oscura, ed i polmoni premevano per l'agonia, finché raggiunsi una finestra un poco aperta, ed entrai, e vidi che le acque si appiattivano contro di essa, senza varcarla.
Allora avanzai sopra un tappeto rosso bordato d'oro, e attorno a me trovai divani e poltrone orientali, e scrigni e forzieri e bauli chiusi, e bracieri e torce accese. E raggiunsi una porta in legno, e l'aprii, affacciandomi sopra un vastissimo corridoio, e vidi creature vestite con livree e tuniche bianche, che generalmente portavano grembiuli rossi bordati d'oro, tanto che il tappeto presente anche lì sembrava continuare in essi, e questi apparizioni spettrali di braccia e teste e gambe separate che si muovevano come fantasmi, e copricapi di carta appuntiti che portavano vergati sopra caratteri arcani in finissime lettere d'inchiostro dorato.
Richiusi la porta, tremante, perché quelle genti avevano la testa come quella di un pesce, e i loro occhi erano chiarissimi, e da essi si dipartivano sottili ed abbaglianti fasci di luce, e portavano sulle mani e sui piedi verdi e sui volti scaglie appuntite ed umide di rettile, ed artigli assai affilati, e molte di esse, dallo sguardo minaccioso, le uniche ad avere canini appuntiti e sporgenti che scendevano fino al mento, goccianti un veleno corrosivo, erano munite di tridenti, reti, archi, asce, spade e bastoni.
E tremavo vigorosamente, temendo il peggio, perchè da un lato quelle creature terrificanti mi sbarravano il passo, e dall'altro un muro di acque, che sapevo non sarei riuscito ad affrontare nuovamente, mi chiudeva la via.
Più volte percorsi la stanza avanti e indietro, sempre cercando con un occhio qualche anfratto per ripararmi, in caso di bisogno, e mai trovandolo, e con l'altro facendo attenzione alla porta, che non si aprisse, e a volte mi avvicinavo a questa, pensando di presentarmi e di sperare nel meglio, altre tornando alla finestra aperta, ed immergevo il dito in quel freddo muro d'acqua, tentando di farmi animo, senza riuscirci. e di riaffrontare quel percorso, ma chiedendomi se sarei riuscito a varcarne ancora la superficie, perché la lontana oasi mi sembrava ormai come una botola chiusa sopra la mia testa in qualche punto lontano ed introvabile.
Non so quanto durasse la situazione, ma poi sentii dei passi avvicinarsi, e delle voci via via meno distanti dialogare in un linguaggio strascicato e gutturale, pieno di schiocchi e di scricchiolii, fastidiosissimo per l'orecchio, tale da dare l'impressione che il timpano fosse costantemente in procinto di scoppiare. E sentii quelle voci proprio dietro la porta, e fu un bene per me che si attardassero nei colloqui, ché, senza più esitare, tentai i bauli e gli scrigni e i forzieri che mi sembrarono della mia taglia, e, per malaventura, tutti trovai chiusi a chiave, finché, proprio mentre la porta cigolava lasciando avvertire dei passi, ecco che ne raggiunsi uno aperto, e mi ci tuffai dentro, e, preso dal terrore, non badai al contenuto di esso, che mi sembrò in alcuni punti flaccido, in altri ruvido, in altri ancora aggrovigliato e arruffato.
E le voci si interruppero, e sentii come il rumore di possenti narici che annusino, e tremai violentemente, perché nonostanti tutte le mie considerazioni paurose, pure non avevo fatto i conti con la potenza del loro olfatto, e ricordai la bilancia e la piuma e la lira, ma soprattutto il mio cuore perduto, e con esso, la mia umanità, e temetti il peggio, ma l'unico fatto che avvenne fu che sentii sollevare irruentemente da terra il baule nel quale mi ero nascosto, ed io, chiuso al buio e allo stretto tra cose di cui non sapevo, non potei fare altro che attendere, e farmi animo come potevo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

mercoledì 24 settembre 2008

L'undicesimo Aethyr

Così fuggii da quel palazzo e mi ritrovai di nuovo nel deserto, ed esso si estendeva a perdita d'occhio ovunque attorno a me. Ed avanzai come il Sole avanza, e i miei piedi affondavano nella sabbia, e ne uscivano rimuovendo la polvere e i sassi, così che ogni passo era un'agonia che gravava sulle mie ginocchia, e non v'era nulla in quel luogo cui potessi implorare misericordia.
Ed ecco che la lira era legata a tracolla sulla mia schiena, ed il braccio della Bilancia, che sostenevo con gli incavi dei gomiti, tenendo le braccia piegate ad angolo, gravava dietro il mio collo, e in una mano tenevo la piuma, e nell'altra il mio cuore, perché temevo, riponendoli nelle mie tasche, di smarrirli nelle sabbie di quel deserto, e di non ritrovarli mai più.
E l'arsura mi bruciava la gola, ed il braccio della Bilancia mi pesava sul collo, facendosi via via più pesante, o almeno così mi pareva, e la lira pareva volermi trascinare all'indietro e farmi cadere, e sicuramente se fossi caduto, non sarei più riuscito ad alzarmi, mentre il mio sguardo costantemente ricadeva sul cuore pulsante nella mia mano, tanta era la mia paura di perderlo tra quelle sabbie.
E nessun Angelo venne a visitarmi in quell'Etere, nessuno ad aiutarmi, nessuno a confortarmi, tant'è che lo credetti il riflesso astrale di questa esistenza terrena in cui, pur venendo per apprendere, spesso non si impara nulla, oppure si viene costretti a dimenticare quanto si è appreso con tanta fatica, a causa della necessità di combattere il Male.
Ma almeno ero libero dalle necessità del sonno, e marciai per così tante ore, che ogni riga di questo scritto non basterebbe a contarne tre, e vidi più volte il sorgere e il tramontare del Sole, e la Luna istillarmi speranza facendosi sempre più piena e luminosa, mentre le stelle in cielo brillavano sul mio cammino, lasciando filtrare la luce dell'Infinito.
E poi giunsi ad un'oasi di grande splendore, ed essa era ricca di palme e di datteri e di noci di cocco, ed un limpido specchio d'acqua si estendeva a riflettere il cielo del mezzogiorno. E così le noci di cocco e i datteri offrirono ristoro alla mia fame, e la mia sete fu confortata dal latte e dalle acque, e, vinto dalla stanchezza, caddi in profondo deliquio.
Ma quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, sì, quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, e grande fu la mia paura, e grande fu il mio terrore, e posi la mano sul mio petto, come per rintracciare un cuore che non c'era più, e sentii il desiderio di lasciare sgorgare le abbondanti lacrime della mia disperazione, ma mi accorsi che non ne ero più capace, perché avevo perso la mia umanità.
E allora seppi con certezza che le mie cose erano state portate sotto le acque, sì, che sotto le acque le mie cose erano state portate con certezza io seppi, e senza alcuna esitazione in esse mi tuffai.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

martedì 23 settembre 2008

Il dodicesimo Aethyr

E allora risorsi come Orfeo, sì, risorsi come Orfeo risorge dalla Croce del Dieci, e seppi qual'era lo scopo della mia missione, e perché avessi intrapreso il pericoloso viaggio tra gli Eteri nascosti, ed era per ritrovare la mia Euridice, la mia perduta Euridice, giacché mi fu concesso di ritornare, ogni duemila anni, a cercarla.
Così venne a me un Angelo di rara bellezza, sì, di rara bellezza Egli venne, e mi recò una lira in osso di plesiosauro, le cui corde erano in budello di pterodattilo, e suonava e cantava un'aria di cui non si era ma conosciuto l'eguale, ed era una confessione tale da negare ogni possibile infrazione, ed io potei apprenderla a memoria, al primo ascolto.
Così l'Angelo, che recava in una mano un flagello d'argento e nell'altra un pastorale fatto della sostanza del fulmine, che portava una cintura del più levigato cuoio, la cui fibbia era dell'oro più pregiato incastonato di pietre preziose, e la cui tunica era immacolata come la più candida delle nevi, tale che i miei occhi venissero abbagliati allo splendore di essa, mi condusse attraverso il deserto fino a un Tempio che si stagliava sopra il baratro ai confini della Terra.
E allora venni condotto presso il Dio Anubi, ed Egli mi guidò attraverso scalinate senza conclusione e corridoi senza fine, le cui pareti erano decorate dei più incisivi geroglifici, tali da non poter più essere dimenticati, una volta visti, finché non raggiungemmo una vasta Sala, ai lati della quale Quaranta Giudici dallo sguardo severo erano seduti, sì, Quaranta Giudici dallo sguardo severo erano seduti, e di fronte a me si ergeva una Bilancia, e il Trono di Osiride si stagliava oltre di essa.
E il Dio dei Morti si levò dal Suo Trono, e venne a me senza profferire motto, e pose la sua mano sul mio petto, e lo attraversò senza farmi alcun male, estraendone il mio cuore palpitante. E pose poi quel cuore sopra il piatto sinistro della Bilancia, mentre sull'altro poneva Anubi una leggerissima piuma, e, giacché i piatti iniziavano a pencolare pericolosamente, io volli sfuggire alle loro mannaie, e misi mano all'arpa, e iniziai a recitare, e a cantare, e a accompagnare la Confessione Negativa che avevo appreso dall'Angelo, cosicché si rendesse noto che non avevo commesso infrazioni. Ma allora un grande clamore si levò nella Sala, e i Quaranta Giudici dibattevano, sì, i Quaranta Giudici dibattevano, mentre il Dio Osiride e il Dio Anubi rimanevano immobili e attenti, il primo a un capo, il secondo all'altro della Bilancia.
Poi tutti coloro che mi circondavano, e con essi gli Dèi medesimi, perdendosi nel dibattimento si fecero sempre più evanescenti, e facendosi sempre più evanescenti, si perdevano nel dibattimento e vieppiù scomparivano, e fu allora che diagnosticai che erano forme-pensiero o Archetipi, sì, che Archetipi o forme-pensiero essi erano, e contro di loro avevo disputato e avevo vinto, finché nient'altro rimase in quella Sala oltre alla Bilancia, e alla leggerissima piuma e al mio cuore sopra di essa.
E allora posi sotto il braccio la mia lira, ed afferrai con la mano destra il mio cuore e con la sinistra la leggerissima piuma, e mi allontanai da quel luogo.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

lunedì 1 settembre 2008

Il Tredicesimo Aethyr

Giunsi in un territorio rudivo e brullo, laddove fontane di lava e fiumi di magma sgorgavano e fluivano senza sosta, il luogo era arido come non saprei raccontare: temevo il caldo e avevo molta sete.
Sopra di me si alzava un Sole più luminoso di ogni sole, ed esso era una testa di leone, ed un Uomo era crocefisso sui denti del leone, ed i suoi polsi erano inchiodati ai canini, e le caviglie agli incisivi, ma il leone non ne soffriva, ed il costato dell'Uomo grondava di un sangue che era la vita, e che, laddove cadeva, trasmutava il magma in latte e miele, e le rocce in cespugli frondosi e ricchi di farfalle e di api, sì, trasmutava il magma in latte e miele, e le rocce in cespugli frondosi e ricchi di farfalle e di api. E ad occidente e ad oriente del Sole si ergevano due lune sopra le montagne, e quella ad Est era crescente, ma quella ad Ovest era calante, e anche sulle due lune erano crocefissi due uomini, e di essi si riusciva a intravedere soltanto la metà del corpo. Ed ecco che l'uomo sulla luna calante aggrediva con male parole l'Uomo del Sole, perché mancava di metà della sua Luce, mentre l'uomo sulla luna crescente benediceva, lodava e glorificava l'Uomo del Sole per quella metà della sua Luce che riceveva, e così Egli gli disse che presto sarebbe venuto a rifulgere della Luce più piena e vigorosa, e quegli ne gioì nel cuore, e ne provò grande felicità, sebbene per metà fosse sepolto nelle tenebre.
Ma io tentai vanamente di nascondermi a quel Sole-che-tutto-vede, e raggiunsi il costone di una montagna e l'ombra che ne ricadeva, ed oltre di esso, in vetta a un sentiero tortuoso e impervio, una torre bianca, la cui sommità era tutta contornata e decorata di volti grotteschi, scolpiti tra i merli, e davanti all'entrata di essa mi accolse una donna vestita di blu e dai capelli rossi, e un enorme pitone si avvoltolava attorno al suo corpo, ma leggera come una piuma era la sua stretta, e sopra la sua spalla era accoccolato un demonietto dalle scaglie blu, e dai capelli rossi.
Ed essa non parlò, ma levò i suoi occhi neri verso di me, e la sua cornea era bianca come il latte, e, dopo avermi offerto un sorso dalla brocca delle sue acque per confortare la mia sete, mi porse i suoi baci, e i suoi abbracci, e le sue carezze, sì, mi porse i suoi baci, e i suoi abbracci, e le sue carezze, e mai più da allora conobbi voluttà maggiore di quella, che pareva non avere mai fine, in un delirio di oscurità della coscienza segnata dalle più alte vette dell'estasi, e il demonietto vorticava volando sopra di noi, nell'interno della torre, e pareva trarre nutrimento e grande vigore da quel piacere privo di ogni controllo che noi provavamo.
E in seguito raccolsi le mie cose, e salii la lunga scala a chiocciola all'interno della torre, raggiungendo la sommità di essa, per scrutare l'orizzonte, e ovunque levassi lo sguardo, vidi eserciti senza fine, ed erano legioni e legioni che, munite di picche, archi, asce e spade, muovevano a passo di marcia verso i confini del mondo. Allora la donna mi raggiunse, e il serpente si era di nuovo avvoltolato attorno al suo corpo, e il demonietto si era di nuovo accoccolato sopra la sua spalla, e mi disse:
" Osserva i guerrieri dell'esercito del Fato, ognuno di essi è un evento che coinvolge gli uomini, ed è uno dei loro duri affanni quotidiani, ma nessuno di essi vi è che non cada dopo avere punto, mentre l'uomo, sia pure ferito, rimane, e può rigenerarsi, e se il dolore guarisce, la Gioia della Vita, la Gioia che proviene da me, rimane sempre, ininterrotta, e risuona di celeste armonia nelle più profonde regioni del cuore. "

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.