mercoledì 24 settembre 2008

L'undicesimo Aethyr

Così fuggii da quel palazzo e mi ritrovai di nuovo nel deserto, ed esso si estendeva a perdita d'occhio ovunque attorno a me. Ed avanzai come il Sole avanza, e i miei piedi affondavano nella sabbia, e ne uscivano rimuovendo la polvere e i sassi, così che ogni passo era un'agonia che gravava sulle mie ginocchia, e non v'era nulla in quel luogo cui potessi implorare misericordia.
Ed ecco che la lira era legata a tracolla sulla mia schiena, ed il braccio della Bilancia, che sostenevo con gli incavi dei gomiti, tenendo le braccia piegate ad angolo, gravava dietro il mio collo, e in una mano tenevo la piuma, e nell'altra il mio cuore, perché temevo, riponendoli nelle mie tasche, di smarrirli nelle sabbie di quel deserto, e di non ritrovarli mai più.
E l'arsura mi bruciava la gola, ed il braccio della Bilancia mi pesava sul collo, facendosi via via più pesante, o almeno così mi pareva, e la lira pareva volermi trascinare all'indietro e farmi cadere, e sicuramente se fossi caduto, non sarei più riuscito ad alzarmi, mentre il mio sguardo costantemente ricadeva sul cuore pulsante nella mia mano, tanta era la mia paura di perderlo tra quelle sabbie.
E nessun Angelo venne a visitarmi in quell'Etere, nessuno ad aiutarmi, nessuno a confortarmi, tant'è che lo credetti il riflesso astrale di questa esistenza terrena in cui, pur venendo per apprendere, spesso non si impara nulla, oppure si viene costretti a dimenticare quanto si è appreso con tanta fatica, a causa della necessità di combattere il Male.
Ma almeno ero libero dalle necessità del sonno, e marciai per così tante ore, che ogni riga di questo scritto non basterebbe a contarne tre, e vidi più volte il sorgere e il tramontare del Sole, e la Luna istillarmi speranza facendosi sempre più piena e luminosa, mentre le stelle in cielo brillavano sul mio cammino, lasciando filtrare la luce dell'Infinito.
E poi giunsi ad un'oasi di grande splendore, ed essa era ricca di palme e di datteri e di noci di cocco, ed un limpido specchio d'acqua si estendeva a riflettere il cielo del mezzogiorno. E così le noci di cocco e i datteri offrirono ristoro alla mia fame, e la mia sete fu confortata dal latte e dalle acque, e, vinto dalla stanchezza, caddi in profondo deliquio.
Ma quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, sì, quando ripresi coscienza, non trovai più i miei oggetti, e grande fu la mia paura, e grande fu il mio terrore, e posi la mano sul mio petto, come per rintracciare un cuore che non c'era più, e sentii il desiderio di lasciare sgorgare le abbondanti lacrime della mia disperazione, ma mi accorsi che non ne ero più capace, perché avevo perso la mia umanità.
E allora seppi con certezza che le mie cose erano state portate sotto le acque, sì, che sotto le acque le mie cose erano state portate con certezza io seppi, e senza alcuna esitazione in esse mi tuffai.

E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

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