E così nuotai a lungo, ed ogni speranza di sopravvivere vieppiù si allontanava sopra di me, mentre diverse volte credetti i miei polmoni già deboli tradirmi ed abbandonarmi implodendo a causa dell'apnea.
E avevo paura, e più volte mi costrignevo a non tremare, per non perdere il mio scarso controllo del nuoto, e quando credetti ormai giunta la fine, mi accorsi che questa sembrava concretizzarsi in un palazzo sottomarino dalla bellezza abbagliante.
Tutto bianco esso era, ma di un delicato blu cobalto erano le finestre, e le guglie dei casamenti e dei minareti erano rosse, e tanto grande, e massicio e robusto era quel palazzo che neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo, no, neanche dieci miliardi di uomini avrebbero potuto sostenerlo.
Lo fiancheggiai per un poco, mentre la vista mi si faceva oscura, ed i polmoni premevano per l'agonia, finché raggiunsi una finestra un poco aperta, ed entrai, e vidi che le acque si appiattivano contro di essa, senza varcarla.
Allora avanzai sopra un tappeto rosso bordato d'oro, e attorno a me trovai divani e poltrone orientali, e scrigni e forzieri e bauli chiusi, e bracieri e torce accese. E raggiunsi una porta in legno, e l'aprii, affacciandomi sopra un vastissimo corridoio, e vidi creature vestite con livree e tuniche bianche, che generalmente portavano grembiuli rossi bordati d'oro, tanto che il tappeto presente anche lì sembrava continuare in essi, e questi apparizioni spettrali di braccia e teste e gambe separate che si muovevano come fantasmi, e copricapi di carta appuntiti che portavano vergati sopra caratteri arcani in finissime lettere d'inchiostro dorato.
Richiusi la porta, tremante, perché quelle genti avevano la testa come quella di un pesce, e i loro occhi erano chiarissimi, e da essi si dipartivano sottili ed abbaglianti fasci di luce, e portavano sulle mani e sui piedi verdi e sui volti scaglie appuntite ed umide di rettile, ed artigli assai affilati, e molte di esse, dallo sguardo minaccioso, le uniche ad avere canini appuntiti e sporgenti che scendevano fino al mento, goccianti un veleno corrosivo, erano munite di tridenti, reti, archi, asce, spade e bastoni.
E tremavo vigorosamente, temendo il peggio, perchè da un lato quelle creature terrificanti mi sbarravano il passo, e dall'altro un muro di acque, che sapevo non sarei riuscito ad affrontare nuovamente, mi chiudeva la via.
Più volte percorsi la stanza avanti e indietro, sempre cercando con un occhio qualche anfratto per ripararmi, in caso di bisogno, e mai trovandolo, e con l'altro facendo attenzione alla porta, che non si aprisse, e a volte mi avvicinavo a questa, pensando di presentarmi e di sperare nel meglio, altre tornando alla finestra aperta, ed immergevo il dito in quel freddo muro d'acqua, tentando di farmi animo, senza riuscirci. e di riaffrontare quel percorso, ma chiedendomi se sarei riuscito a varcarne ancora la superficie, perché la lontana oasi mi sembrava ormai come una botola chiusa sopra la mia testa in qualche punto lontano ed introvabile.
Non so quanto durasse la situazione, ma poi sentii dei passi avvicinarsi, e delle voci via via meno distanti dialogare in un linguaggio strascicato e gutturale, pieno di schiocchi e di scricchiolii, fastidiosissimo per l'orecchio, tale da dare l'impressione che il timpano fosse costantemente in procinto di scoppiare. E sentii quelle voci proprio dietro la porta, e fu un bene per me che si attardassero nei colloqui, ché, senza più esitare, tentai i bauli e gli scrigni e i forzieri che mi sembrarono della mia taglia, e, per malaventura, tutti trovai chiusi a chiave, finché, proprio mentre la porta cigolava lasciando avvertire dei passi, ecco che ne raggiunsi uno aperto, e mi ci tuffai dentro, e, preso dal terrore, non badai al contenuto di esso, che mi sembrò in alcuni punti flaccido, in altri ruvido, in altri ancora aggrovigliato e arruffato.
E le voci si interruppero, e sentii come il rumore di possenti narici che annusino, e tremai violentemente, perché nonostanti tutte le mie considerazioni paurose, pure non avevo fatto i conti con la potenza del loro olfatto, e ricordai la bilancia e la piuma e la lira, ma soprattutto il mio cuore perduto, e con esso, la mia umanità, e temetti il peggio, ma l'unico fatto che avvenne fu che sentii sollevare irruentemente da terra il baule nel quale mi ero nascosto, ed io, chiuso al buio e allo stretto tra cose di cui non sapevo, non potei fare altro che attendere, e farmi animo come potevo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
martedì 30 settembre 2008
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