martedì 24 giugno 2008

Il Sedicesimo Aethyr

E mi ritrovai nell'ambito di un Tempio il cui soffitto era il Cielo Stellato, ed il pavimento era a scacchiera. Come alberi millenari si ergevano colonne, ed esse erano alternate d'oro e d'argento, la base di esse era squadrata, ed il capitello era in stile corinzio, arricchito da gemme senza parità di bellezza, dacché vi erano zirconi e perle quali così perfette non ne ho mai viste, e diamanti e rubini scintillanti, e smeraldi ed opali di fuoco, e le stelle si riflettavano su di essi ed i raggi di luce rimbalzavano da una colonna all'altra illuminando il mio cammino nella notte.
E così mi persi per ore in quel paesaggio forse monotono, ma così ricco e bello, ma non ebbi timore di perdermi, perché dolce sarebbe stato non ritrovare più la strada in quel percorso, giacché alcuni pensieri mi dicevano che avero perso il mio luogo nel mondo, ma poi giunse un Angelo Luminescente, ed Egli era tutto avvolto nello Stendardo di Purificazione, che gli faceva da mantello, e mi affiancò, e mi indicò la strada.
E allora i pensieri oppressivi furono sostituiti da un contrappunto di violini in pizzicato, ma non sapevo da chi esso giungesse, e poi incontrammo Angeli luminosissimi che giocavano a scacchi, e la mia Guida mi spiegò che ogni movimento di quei pezzi corrispondeva al destino di una pietra, di un animale, di un uomo, o di una stella, e io chiesi del Libero Arbitrio, ed Egli mi rispose che esso vi era, ma non più di una scelta delle mosse su una tavola divisa, e che più la partita era avanzata, più le mosse a disposizione si diminuivano, e quella era l'essenza della vita e della libertà.
E intanto Fate si muovevano tra gli Angeli, e volavano e danzavano spensierate nell'aria, ed alcune sedevano sui pezzi degli scacchi, e chiacchieravano tra loro, e si alzavano in volo costernate quando un pezzo cadeva, un po' imbronciate con gli Angeli. Ed altre ancora giocavano a nascondino tra le colonne, e tutte erano gioose, e tutte erano felici.
Ma poi ci fermammo, io e la mia Guida, ed Egli mi invitò a sedermi nello Yoga, e parlammo per ore del mio destino, della mia vita, del mio futuro, e del mio senso di smarrimento, e chiesi se non fossi un Pedone che voleva essere un Re; ma che siano le risposte che mi diede sigillate nel mio cuore!
E poi ci raggiunsero due bellissime figure dall'aspetto di Elfi, ed erano due fratelli, ed uno era vestito di bianco, e l'altro di nero, ma poi il colore di un abito si confondeva con quello dell'altro, e quello che prima era bianco era nero, e quello che prima era nero era bianco, ma essi parlarono, e così come gli abiti si trasmutavano alternamente, così essi parlavano alternamente, e quello che parlava quando era bianco parlava poi quando era nero, e quello che parlava quando era nero parlava poi quando era bianco, e così essi parlarono, e dissero:

Siamo i Dioscuri, o quei Gemelli,
Ch'ebber sorte di comune ventura,
In vita fummo noi sapienti e belli,
La morte fu per l'uno e l'altro dura.


Ma tu già sai, non serve che favelli
Che l'altro per l'uno si fece cura,
Di passare quei sinistri cancelli,
Che van nel Regno della Notte Oscura.


E adesso a turno andiamo tra i viventi,
Il nostro tempo sono Luna e Sole,
Ma veloce come il soffio dei venti,


E' il frammento di vita ch'a noi suole
Esser dato tra attimi frementi,
E poi si muore, ed ogni volta duole.

E fu così che la Visione ebbe termine, sì, fu così che la Visione ebbe termine.

lunedì 23 giugno 2008

Il Diciassettesimo Aethyr

E giunsi alle porte di un Palazzo Fiammeggiante, i cui bastioni erano di fuoco splendente ed innumerevoli erano le scintille che da esso si dipartivano verso i cieli di bagliori e vortici, le cui torri si estendevano da un orizzonte all'altro, così che ovunque si verificavano spaventose esplosioni, e guardie ovunque si stagliavano al di sopra delle torri e sui camminamenti, ed erano creature umanoidi dall'aspetto di fuoco, e le loro braccia e le loro gambe erano armi, e sopra i loro colli di fiamma si ergevano teste d'ariete anch'esse fiammeggianti, talché l'intero aspetto del luogo corruscava di terrore.
Ma fu uno di questi Guardiani a scortarmi presso il Palazzo, perché tutto era infuocato, e il Maniero e la terra che portava ad Esso ed il cielo sopra di Esso, e qui e là si scatenavano terrificanti turbini e fulmini fiammeggianti, ma io mi avvalevo dell'anello che mi era stato donato in precedenza per sopravvivere a tali splendori.
E fui condotto per innumerevoli corridoi, e scalinate, e portali magnificenti, il cui unico culmine era il lusso della potenza, e ovunque si stagliavano i Guardiani, e le Salamandre giocavano tra i corridoi, e partecipavano delle meraviglie dell'Essere.
Finché giunsi ad una stanza che era grande come un pezzo dell'Universo, ed essa era vuota, ma da una delle sue pareti di Fiamma emerse lentamente una vigorosa testa d'ariete, anch'essa avvolta dalle fiamme, anch'essa di puro fuoco, e mi disse con voce roboante:
- Tu, infinitesima particella di polvere cosmica,
Che osasti partecipare dell'Oscuro Viaggio in cui pochi si sono cimentati,
Sappi che io sono Quello che dà origine al Principio delle cose,
Io sono Colui che sfonda le porte verso nuovi orizzonti,
Le cui antiche soglie tremano al mio avvicinarsi,
Le mie zampe di fuoco lasciano evaporare le acque trascorse,
E molte sono le soglie che dovrai ancora varcare,
E sempre più arduo ti si renderà il percorso,
Ma ricorda che la Tua legge è la Mia, e che la Mia è la Tua,
E che non c'è distinzione tra Me e Te,
Così indaga della tua essenza spirituale e scopri la tua Volontà,
E vedrai nell'Eone prossimo venturo il realizzarsi della Profezia,
L'immergersi del Microcosmo nel Macrocosmo e l'inverso,
Così come da secoli è orientato il percorso. -

E non più disse ma sputò dalla bocca una lingua di fiamma, ed essa si avvolse ad anello ai miei piedi. Ed io raccolsi quel magico oggetto e lo misi al dito, sapendo che mi sarebbe stato utile.
E fu in questo modo che ebbe termine la Visione, sì, fu in questo modo che ebbe termine la Visione.
Piaccia che sia così.

Il Diciottesimo Aethyr

Mi ritrovai coinvolto in un'estesissima piana, e non vi cresceva un albero, e tutt'attorno essa era circondata da montagne aspre e durissime, scanalate però come con gradini perfettamente eseguiti, che portavano dal basso alla cima.
E nel centro di essa quattro Angeli vi erano, ed essi erano tutti danzanti in cerchio attorno a un calderone, e cantavano Lodi, ed uno di essi portava una livrea gialla, ed uno di essi portava una livrea rossa, ed uno di essi portava una livrea azzurra, ed uno di essi portava una livrea nera.
E roteando, e danzando, e cantando gettavano ingredienti arcani e misteriosi dentro il calderone, e fuori di esso, perché il primo vi gettava dentro come un fumo profumato, il secondo badava a che il fuoco sotto di esso fosse sempre alla giusta temperatura, il terzo vi rovesciava un vino molto corposo, soavissimo dì'aspetto, ed il quarto vi rovesciava senza posa dei pezzi di Pane di Vita.
Ed il contenuto che ne nasceva era un elixir molto gradevole all'aspetto, ritemprante delle forze e salutare.
Mentre ciò avveniva, da una parte del campo e dall'altra si alzavano radici di ginseng che si nmuovevano a due a due, portando con se ampii strascichi di radici, che coinvolgevano tutta la piana, tanto che era difficile non inciamparvi, e dall'altra radici di mandragora facevano la stessa cosa, per poi unirsi in modo sparpagliato in un putiferio di legni e radici che ondeggiavano senza posa.
E poi gli Angeli suonarono il primo una tromba, il secondo un trombone, il terzo un corno, e il quarto una siringa, ed i suoni di essi, ed il timbro potente, si amalgamarono nei cieli e tra le vette delle montagne, scuotendo le erbe sotto il sole e facendo cadere le rocce dai precipizi, causando valanghe, ed intrecciandosi in una sinfonia priva di simmetrie o di ordine.
Fu allora che dall'alto delle montagne orientali e meridionali, apparvero discendendo e suonando zufoli orde di Satiri pieni di eccitazione e di gioia, mentre dalle vette occidentali e settentrionali, giugevano Ninfe che danzavano esponendo liberamente le proprie cosce mentre roteavano le loro gonne sottili ma eleganti formando un cerchio perfetto.
E quando la piana fu piena da un orizzonte all'altro, solo allora gli Angeli servirono con generosità della loro vivanda, e anch'io gustai con avidità da un mestolo con il quale esso veniva passata di bocca in bocca, quel pane residuo reso liquido, cotto nel profumo e nel vino, che parve ringiovanirmi.
Il calderone mai pareva svuotarsi, ma quando, infine, il mestolo raccolse l'ultimo dal fondo, solo allora si scatenò la tempesta, ed il vento scuoteva le nubi dalle qwuali cadeva una pioggia furente mista a grandine, ed il cielo era scosso dal fuoco dei fulmini, che rimbalzavano da una vetta all'altra.
Ma nessuno si accorse di essa, giacché anche ogni parte del corpo era confusa, e le braccia si confondevano con le gambe, e gli occhi con le orecchie, e le pance con i seni, e le radici con i corpi, cosicché anche io persi ogni possibilità di individuarmi, quando la risplendente Luce dello Spirito, promanando dagli Angeli al centro della piana, avvolse e circonfuse ogni cosa.
E fu allora che la Visione ebbe termine, sì, fu allora che la Visione ebbe termine.

[ Nota a margine: questa Visione, eminentemente gotica, è stata così potente che ho dovuto aggrapparmi con le mani alla sponda del letto; in seguito ad essa, interiori forze negative hanno lottato in tutti i modi per impedirmi di postarla, convincendoimi comunque a censurarla fortemente. Prima di proporvela, ho riscontrato uin fortissimo calore nella zona del rettiliano, ed uno tenue proprio su tutta la fronte, succedute da una leggerissima sensazione di freddo. ]

lunedì 16 giugno 2008

Il Diciannovesimo Aethyr

Mi ritrovai in un cunicolo denso di oscurità e tenebra, laddove scintillavano ai miei fianchi, sopra e sotto di me, simboli dorati di Magia, ed al termine di esso caddi rotolando sopra un pavimento di pietra.
Mi alzai sorpreso e indolenzito, mentre iniziavo a percorrere un cunicolo nel quale si sentivano risuonare soltanto i miei passi, e, man mano che il mio percorso procedeva, scoprivo che altri cunicoli si intersecavano con questo, ed altri ancora con questi, nell'ambito di un intrico che procedeva senza che paresse trovare termine.
E, appoggiate ai lati del percorso, trovavo numerose anfore e tantissime ceste, cosicché aprendole, scoprii che le une contenevano pregiati formaggi, le altre le più varie forme dei frutti della terra, dalle fragole alle ciliegie, dall'uva alle mele, altre ancora contenevano pane, e miele, e latte, o vivande che parevano essere state tratte dalla mensa degli Dèi, giacché non deperivano, mentre le anfore contenevano acqua pulita e vino falerno.
Così, avanzando per un tempo che non saprei ora dire, e, stancandomi, dormendo sull'asciutto pavimento di pietra di quel labirinto così temperato e leggero nel clima, iniziai ad essere preso dalla noia, e, sebbene non rivestito da un corpo di carne, non avessi bisogno di alimentarmi, tuttavia, pur di fare qualcosa, iniziai ad assaggiare quei cibi, a bere quell'acqua e quel vino.
Ed ora non vi saprei dire della delizia ch'io vi trovai, tant'era eccelso il loro sapore e fresco il loro aspetto, il vino era di quello buono, e l'acqua limpida e tersa, ma ancora non sapevo che in essi era contenuto un sottilissimo veleno, tant'è che maggiormente se ne mangiava, maggiormente si attraeva a sé la materia del corpo, al punto da dover essere, infine, costretti a rimanere nel labirinto per sempre.
Così, man mano che passavo il tempo, mi sentivo sempre meglio da solo,
e di bastare a me stesso, e mi pervadeva una straordinaria sensazione di strisciante ma irrefrenabile follia. E ricordavo l'insegnamento antico di Epicuro:

L'uomo non abbisogna d'altro, che di mangiare, bere, e stare al caldo.

Più restavo in quel posto di delicata delizia, e più dimenticavo di avere una vita terrena, fatta di poche grandi cose incerte, e di tantissime piccole, ma sicure, sapevo solo di aver raggiunto una felicità che non pareva avere altro motivo di esistere se non di accrescersi costantemente.
Ma venne un momento in cui, mentre mi nutrivo di pane e di latte di capra, e tracannavo da una piccola anfora del buon vino, e attorno a me erano sparsi dei piatti abbondanti di fragole e uva fresca, vidi di fronte a me un Angelo dalle vesti gialle e verdi; spaventose correnti d'aria rovesciarono tutte le mie portate, mentre l'espressione dell'Angelo era molto irritata e sconvolta:
- Così, dunque, abbandoni i tuoi compiti? -
Ed io, irretito dal veleno, ebbi l'ardire di rispondergli: - Non alro compito ho se non quello di rendermi felice, e qui ho tutto ciò di cui ho bisogno. -
- Ma amesso che ciò sia opportuno, credi forse di esserti già meritato questo, che ritieni un premio? -
Io tacqui, ma dentro me non si dissolveva il desiderio di rimanere in quel luogo, mentre parzialmente avevo assunto un aspetto più materiale, ma l'Angelo con gerntilezza si piegò verso di me, e mi disse cose che ancora mi sono care, e che per sempre resteranno sigillate nel mio cuore, e che mi convinsero.
Ma poi mi ingiunse di seguirlo, e così feci, finché giungemmo in un luogo dove da terra raccolsi un filo assai sottile, e che si dipanava, e l'Angelo mi disse:
- Osserva il filo che venne dimenticato qui da Teseo, da cui la morte di Arianna e di Egeo, e che precedette la fine spaventosa di Icaro ed il dolore del padre suo, prendilo e seguilo fino all'uscita, ma poi raccoglilo e brucialo, affinché nessun altro ardisca di penetrare in questo labirinto, i cui frutti, che hai mangiato, non sono della terra, ma del dolore.
Dunque seguii il filo, e, raggiunta l'uscita, lo bruciai così come l'Angelo mi ebbe prescritto.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.