Mi ritrovai in un cunicolo denso di oscurità e tenebra, laddove scintillavano ai miei fianchi, sopra e sotto di me, simboli dorati di Magia, ed al termine di esso caddi rotolando sopra un pavimento di pietra.
Mi alzai sorpreso e indolenzito, mentre iniziavo a percorrere un cunicolo nel quale si sentivano risuonare soltanto i miei passi, e, man mano che il mio percorso procedeva, scoprivo che altri cunicoli si intersecavano con questo, ed altri ancora con questi, nell'ambito di un intrico che procedeva senza che paresse trovare termine.
E, appoggiate ai lati del percorso, trovavo numerose anfore e tantissime ceste, cosicché aprendole, scoprii che le une contenevano pregiati formaggi, le altre le più varie forme dei frutti della terra, dalle fragole alle ciliegie, dall'uva alle mele, altre ancora contenevano pane, e miele, e latte, o vivande che parevano essere state tratte dalla mensa degli Dèi, giacché non deperivano, mentre le anfore contenevano acqua pulita e vino falerno.
Così, avanzando per un tempo che non saprei ora dire, e, stancandomi, dormendo sull'asciutto pavimento di pietra di quel labirinto così temperato e leggero nel clima, iniziai ad essere preso dalla noia, e, sebbene non rivestito da un corpo di carne, non avessi bisogno di alimentarmi, tuttavia, pur di fare qualcosa, iniziai ad assaggiare quei cibi, a bere quell'acqua e quel vino.
Ed ora non vi saprei dire della delizia ch'io vi trovai, tant'era eccelso il loro sapore e fresco il loro aspetto, il vino era di quello buono, e l'acqua limpida e tersa, ma ancora non sapevo che in essi era contenuto un sottilissimo veleno, tant'è che maggiormente se ne mangiava, maggiormente si attraeva a sé la materia del corpo, al punto da dover essere, infine, costretti a rimanere nel labirinto per sempre.
Così, man mano che passavo il tempo, mi sentivo sempre meglio da solo,
e di bastare a me stesso, e mi pervadeva una straordinaria sensazione di strisciante ma irrefrenabile follia. E ricordavo l'insegnamento antico di Epicuro:
L'uomo non abbisogna d'altro, che di mangiare, bere, e stare al caldo.
Più restavo in quel posto di delicata delizia, e più dimenticavo di avere una vita terrena, fatta di poche grandi cose incerte, e di tantissime piccole, ma sicure, sapevo solo di aver raggiunto una felicità che non pareva avere altro motivo di esistere se non di accrescersi costantemente.
Ma venne un momento in cui, mentre mi nutrivo di pane e di latte di capra, e tracannavo da una piccola anfora del buon vino, e attorno a me erano sparsi dei piatti abbondanti di fragole e uva fresca, vidi di fronte a me un Angelo dalle vesti gialle e verdi; spaventose correnti d'aria rovesciarono tutte le mie portate, mentre l'espressione dell'Angelo era molto irritata e sconvolta:
- Così, dunque, abbandoni i tuoi compiti? -
Ed io, irretito dal veleno, ebbi l'ardire di rispondergli: - Non alro compito ho se non quello di rendermi felice, e qui ho tutto ciò di cui ho bisogno. -
- Ma amesso che ciò sia opportuno, credi forse di esserti già meritato questo, che ritieni un premio? -
Io tacqui, ma dentro me non si dissolveva il desiderio di rimanere in quel luogo, mentre parzialmente avevo assunto un aspetto più materiale, ma l'Angelo con gerntilezza si piegò verso di me, e mi disse cose che ancora mi sono care, e che per sempre resteranno sigillate nel mio cuore, e che mi convinsero.
Ma poi mi ingiunse di seguirlo, e così feci, finché giungemmo in un luogo dove da terra raccolsi un filo assai sottile, e che si dipanava, e l'Angelo mi disse:
- Osserva il filo che venne dimenticato qui da Teseo, da cui la morte di Arianna e di Egeo, e che precedette la fine spaventosa di Icaro ed il dolore del padre suo, prendilo e seguilo fino all'uscita, ma poi raccoglilo e brucialo, affinché nessun altro ardisca di penetrare in questo labirinto, i cui frutti, che hai mangiato, non sono della terra, ma del dolore.
Dunque seguii il filo, e, raggiunta l'uscita, lo bruciai così come l'Angelo mi ebbe prescritto.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.
lunedì 16 giugno 2008
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