lunedì 14 aprile 2008

Il Ventesimo Aethyr

E mi ritrovai dentro una caverna così ampia che non se ne vedevano le pareti, così alta che non se ne vedeva la volta, così profonda che non se ne vedeva il terreno, ed essa era ampia e piena di cunicoli, e fu così che a lungo, molto a lungo mi avventurai all'interno di essa, disperando di poterne mai più uscire, perché l'unica mia fonte di luce era il Fuoco dello Spirito che avevo custodito nella mia tasca, e che ora avevo raccolto nella mano per guidare il cammino.
E fu dopo un certo tempo che passi possenti e spaventosi turbarono il mio animo, e ad essi si accompagnavano in certi momenti terribili ruggiti, di cui non potevo verificare la fonte, e che mi atterrivano. Così, svoltato un ultimo angolo mi trovai di fronte ad un terribile Drago, rosse come le fiamme erano le sue scaglie, gialle le sue cornee, nere le pupille, lunghi ed acuminati come scogli erano i suoi artigli che si ritraevano dalle tozze dita, delle quali ognuna pareva una torre, e dalla sommità del capo spuntavano due corna appuntite ed aguzze, e tutta la sua schiena era costellata di aculei, la coda, munita di spine e di punte di frecce, pareva un bastione rovesciato, ed il suo ventre era robusto come l'acciaio.
Ed esso grugnì ed aprì le sue fauci, lasciando che da essa sgorgasse un torrente di fuoco, cosicché per sfuggirgli rotolai a terra, e mi salvai nascondendomi dietro una roccia, che si sciolse completamente, e anch'io ne ricavai ustioni superficiali, ma dolorose.
Ma sapevo che i Draghi hanno la passione dell'oro, e così decisi di sacrificare quella Moneta cui tenevo tanto, e di offrirgliela, ed esso, come vide lo scintillìo alla luce del Fuoco dello Spirito, che ora era rimasto a terra, ruggì meravigliato, ed afferrò la moneta, per scagliarla alle sue spalle, e allontanarla dal conflitto, così che sperai di essere in salvo, ma accadde che il Drago aprisse le fauci, mostrandomi i denti vigorosi, e le fiammelle che crepitavano nella sua gola, e che si spensero.
Così capii che non avevo acquistato la salvezza, ma soltanto che non adoperasse il potere delle sue fiamme e del suo respiro di fuoco.
Ed egli fece leva sulle zampe anteriori e sugli artigli, e io tentati di fuggire, ma un solo suo movimento contrastava ogni mio passo, sì, un solo suo movimento contrastava ogni mio passo, e fu così che vidi la sua ampia bocca aprirsi ed avventarmisi addosso per divorarmi, e solo all'ultimo momento riuscii a scagliare dentro di essa la Coppa che mi era stata data da Samael, ed essa si interpose tra i suoi denti aguzzi, bloccandoli e facendoli dolorare, perché tra di essi zampillava il suo veleno.
E fu così che il Drago si rialzò sulle zampe posteriori, ruggendo e gemendo, e sforzandosi di fare a pezzi con i denti la Coppa che vi si era incastrata, e riuscendovi, ma mentre in questo modo era distratto, io potei estrarre la mia Verga tutta d'Oro massiccio, ed iniziai a tracciare nella sua direzione Simboli Planetari ed Elementali, Astrologici e Magici, che fossero legati astralmente al suo corpo, e che gli impedissero di muovere le membra, e così se tentava di muovere un braccio io tracciavo un Segno, e se tentava di muovere una gamba io tracciavo un Segno, e se tentava di muovere la testa io tracciavo un Segno, e a lungo durò il duello, perché tutto dipendeva dalla velocità, ma lui poteva sbagliare quante volte poteva, mentre un solo errore a me sarebbe stato fatale, e perchè tutto dipendeva da chi si sarebbe stancato prima, ma lui era forte e potente, mentre io, pur debole, traevo forza dai Simboli che tracciavo.
E fu così che quando le mie ginocchia tremavano, e le mie gambe cedevano, quando le mie dita erano doloranti per la presa sulla Bacchetta, e la mia concentrazione cedeva, il Drago smise di tentare di muoversi e di attaccarmi, poco prima che lasciassi cadere, esausto, la Bacchetta; e allora, in segno di vittoria, puntai contro di lui la Spada la cui lama era di Luce, e l'elsa di Tenebra, sì, la Spada la cui lama era di Luce, e l'elsa di Tenebra.
E così accadde che il Drago si trasformasse in un luminoso Angelo che aveva l'elmo e l'armatura di un centurione romano, testa di toro, ali di cigno, braccia umane e gambe di rapace, era armato di pilum ed era potentemente luminoso, ed Egli mi indicò con la mano di andare oltre, e mi disse:
- Degno sei stato di giungere fin qui,
Degno ti sei dimostrato di procedere,
Perché io fui posto a guardia del tuo cammmino,
Possa tu dall'attraversamento di questa prova
Ottenere il dono di parlare con gli animali,
Perché ogni animale è un Simbolo,
Ed ognuno di essi possiede un dono,
Ed un vizio tipici dell'umanità,
Affinché mostrino all'uomo cosa si deve fare e cosa no,
Così come il cane possiede il dono della lealtà,
Ma è soggetto al vizio dell'ingordigia,
E l'aquila possiede il dono della regalità,
Ma è soggetta al vizio di un'eccessivo orgoglio.
Così che tu possa distinguere questo dato.
E divulgarlo tra gli uomini perchè prendano esempio
Dal mondo animale, e sappiano distinguere
Quando essi parlano tra loro,
Quando essi parlano con l'uomo.
Ed è questo e nient'altro che si intende
Riferendosi al parlare con gli animali,
Ed ogni uomo ne è capace se apre il cuore. -
E fu così che la Visione ebbe termine, sì, fu così che la Visione ebbe termine.

Il Ventunesimo Aethyr

Così mi addentrai nel Fuoco Vivente, e la Parola era senza Forma, e la Formza senza Parola, mentre ogni cosa sussisteva per l'arcano della Volontà, e ovunque bruciavano le sacrate fiamme dello Spirito, mentre crepitava il silenzio, e mi accorgevo di un magico anello in vero lapislazzuli, posto al mio dito da un Angelo segreto, affinché non mi consumasse quel fuoco eterno. E le fortezze, le case, e le torri rilucenti erano tutte di fiamma viva, che non pareva consumarsi sia pure nel suo eterno immutabile cangiamento, vera e unica soluzione di tutti i metalli.
Così i vortici erano di fiammeggiante bagliore, come gli infiniti cunicoli e i tunnel e i torrenti che portavano verso il centro di ogni bagliore, mentre ovunque risuonabvano le bellicose cantilene dei Djinni. E fu quando raggiunsi il Grande Vizir che l'Arcangelo Michael si levò emergendo dalle fiamme, fronteggiando fiancheggiandomi Colui che era seduto sopra uno scranno intessuto di fuochi, ed intarsiato di vene di calore, laddove da sempre circolava l'energia degli Eoni, e dal suo trono si volserrso di me e disse:
- Dello Spirito assisti all'Energia consustanziale,
Che partecipa del movimento di ogni cosa,
E pure rimane ferma nella sua Essenza,
Perché non si rispecchia in Essa il Calore Primigenio,
Se non nel costante materiale del Mutamento,
Giacché dai recessi della mente io arrivo,
E nei recessi della mente io vivo,
Così che ogni cosa partecipa della mia Potenza,
Perché tutte le forme sono al mio Cospetto,
Ed ogni luogo è un'illusione della mia Volontà,
Perché sono una sola cosa il vertice e la base,
Mentre il Cerchio è una parvenza della mia completezza. -
Così Egli parlò e disse, ma l'Arcangelo gli chiese se potessi portare via con me una scintilla di quelle fiamme, ed Egli acconsentì nella sua autorità così che potei prenderla e me la posi in tasca.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

Il Ventiduesimo Aethyr

Mi scoprii circondato da un'immensa palude, e fango e sabbia e canneti erano dappertutto fino all'orizzonte, oltre il quale si vedevano risplendere le luci della città, perchè era notte.
E mi sentivo perso e spaventato, mentre scoprivo in lontananza una figura di Dèmone, che aveva un unico, gigantesco occhio giallo dalla pupilla nera e verticale, il suo capo gli arrivava fino alla vita, ed era munito di corna, la sua pelle era rossa, e una striscia villosa, partendogli dalla fronte, incrociava l'occhio per giungere fino ad un fitto pizzetto, era piuttosto basso di statura, e con le bracia e la mani artigliate mi faceva dei cenni, per invitarmi a raggiungerlo. Ma fui distolto da quella figura da un nugolo di Fuochi Fatui, che si presentarono davanti a me per indicarmi la via, e che io, perplesso, mi augurai fossero fate o lucciole, ed essi avanzavano, ed io li seguivo, e li seguii per lungo tempo, ma il Dèmone rimaneva sempre presente, sempre nello stesso luogo rispetto a me, ma poi le mie guide si precipitarono a terra, e vennero assorbite da essa, e scomparvero.
Così avanzai proprio dove esse erano scomparse, e mi ritrovai catturato dalle sabbie mobili, e per quanto mi dibattessi, e urlassi, e cercassi un appiglio, peggiore diventava la stretta, più forte diventava la presa, cossicché io pensai di avere sbagliato destinazione, così, quale triste fine avrebbe avuto il mio percorso!
Ma accadde che venissi totalmente assorbito, e mi ritrovai poi a precipitare sotto un cielo privo di stelle, e la luna era nuova, e non c'era illuminazione, e a tanta distanza ero dal suolo, che non riuscivo a percepire nulla sotto di me, e mi domandavo se ci fosse un suolo, o se fossi destinato a precipitare per sempre.
Finché un Angelo non venne ad assistermi, ed era l'Arcangelo Uriel, ed Egli mi afferrò nelle sue salde braccia, e mi aiutò a planare delicatamente, così che non potrei dire quale gioia inesprimibile fosse volare avvolto in quel conforto delle sue ali! E con Lui giungemmo ad una fitta ed intricata foresta.
Essa era di tale aspetto che avrebbe spaventato chiunque vi fosse giunto da solo, tanto era buio fitto all'interno e tanto i rami erano intricati tra loro, quasi a formare tettoie inestricabili, ma l'Arcangelo Uriel custodiva nella mano sinistra una spiga di grano, e nella mano destra una sfera luminescente, e così mi fece strada verso un gigantesco albero, i cui rami toccavano il tetto del cielo, ed Egli mi disse che quello era l'Albero Yggdrasil, e che ero giunto al Centro del Mondo.
L'albero era cavo nella sua base, così che l'Arcangelo mi spiegasse che quello era il segno del tempo, ed un ramo si dipartiva prominente, quasi a formare un naso, mentre nella sua corteccia si aprivano occhi gialli e solenni, di tale grandezza e splendore da offuscare addirittura la sfera che l'Arcangelo Uriel portava nella destra, ed una voce cavernosa e profonda sembrò emanare dalla cavità del tronco, e così Egli parlò, e disse:
- Io stabilisco la terra dal fulgore degli Eoni,
E non altro è vicissitudine, se non quello che avviene in me,
Così rabbrividiscono i cieli nella passione dei miei rami,
Mentre il moto dell'aria partecipa respirando
Della mia linfa,
Così come seppe Colui che in me compì l'autosacrificio
Per giungere al mistero delle Rune,
Io sono quello che abita al centro del planisfero,
E il giorno e la notte costituiscono l'alternarsi della mia vita,
Supremo consiglio è quello
Che nasce dal muoversi delle particelle del cosmo,
Enigma insoluto
Che trova rispondenza nell'ambito del periodarsi della vita. -
E poi nient'altro disse, ma mosse verso di me uno dei suoi lunghissimi ed arcuati rami, quasi come un tentacolo, e le sue foglie erano ferme e solenni, mentre io tremavo visibilmente; così l'Arcangelo disse: - Questo è il momento, fa' ciò che deve essere fatto, oppure abbandona per sempre il percorso. -
Ed io guardai il cielo, e poi, mormorando una preghiera, estrassi la Spada la cui lama era di Luce, e la cui elsa era di Tenebra, e con un unico colpo tagliai un ramo dell'Albero, che cadde al suolo, mentre dal moncone sortiva una goccia di sangue, e il ramo si tramutò in una Verga d'Oro, che io raccolsi, mentre il volto dell'Albero assumeva un aspetto di spaventosa concentrazione, e il ramo ricresceva con uno schianto sordo, frattanto che noi ci allontanavamo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

Il Ventitreesimo Aethyr

Volavamo alti nel cielo tra le nuvole, io e Raphael, l'Arcangelo che mi accompagnava, e i suoi capelli erano biondi e fluivano alle carezze dell'aria che Lui dominava, ed i Suoi occhi erano azzurri e la cornea comprendeva quasi tutta l'iride, e non v'era pupilla, il Suo corpo era aggraziato e le membra ben fatte, e dalla Sua schiena si dipartivano sei ali bianche come la neve.
Giungemmo così ad una città costruita nel cielo, ed alcune parti di essa passavano da una nube all'altra, tutti i palazzi erano di colore bianco, belli e maestosi, e le costruzioni, tra cui svettavano pagode ed edifici religiosi, erano tutte sormontate da tetti in lamina d'oro, al centro di esse garriva una bandiera del colore degli Elementi, al centro del tetto lo stendardo dello Spirito, e l'Arcangelo mi indicò il castello e mi disse: - Ecco, lì nacque il Bodhisattva, il Buddha l'Illuminato Gautama, che tanto conforto diede ai viventi. - Perché eravamo nella città di Meraviglia di Latte e Oro.
E varcammo le soglie della città, così che non saprei cominciare a narrare le meraviglie che vi trovai: portoni arabescati fin nei minimi dettagli, uomini su tappeti volanti e genti che giocavano a scacchi seduti sulle strade di ciottolo pulitissime e risplendenti, e molto, molto altro ancora, finché giungemmo ad un mercato all'aperto laddove le più varie mercanzie erano esposte: bilancini precisissimi, statuette in alabastro e incrostate di gemme preziose così perfette nell'aspetto che pareva che da un momento all'altro dovessero prendere vita, e infatti una di esse mi salutò con un sorriso, e mi porse la mano che io strinsi garbatamente.
E la gente, sorridente e compassata, vestita di tuniche colorate sostenute in vita da un semplice cordoncino, faceva acquisti senza mercanteggiare sul prezzo, e per le transazioni usavano delle piccole monete d'oro che riportavano il Sigillum Dei Aemeth sul recto, ed il Caduceo sul verso, ed io mi innamorai di quelle monetine e volevo portarne una con me come ricordo.
Così, da Raphael accompagnato, mi recai da un mercante, e gli chiesi come potessi acquistare una di quelle monete, ed egli mi disse: - Se mi darai quella Spada che porti legata alla destra della tua cintola, nella sua preziosa guardia, la cui lama è di luce e la cui elsa è di tenebra, io ti darò cinquanta di queste monete d'oro.
Ma io risposi che mai e poi mai avrei potuto separarmi da quella Spada.
E allora il mercante mi disse: - Se mi darai quella Coppa che porti legata alla sinistra della cintola, io ti darò cento di queste monete d'oro.
Ma io risposi che mai e poi mai avrei potuto separarmi da quella Coppa.
Così ci allontanammo, ed io mi sentivo avvilito ed abbattuto perché non avevo potuto procurarmi la bella moneta d'oro che si usava per le transazioni, e andavo a capo chino e non proferivo motto, mentre l'Arcangelo Raphael si guardava a sinistra e a destra per trovare una qualche possibilità di recuperare la monetina che così tanto mi aveva colpito, finché non vide una donna vecchia e malata che tirava acqua presso una fontana di ferro, e doveva riempire cinquanta secchie, e ne aveva riempite soltanto due.
Allora l'Arcangelo mi tirò la manica della tunica, e mi guidò dalla donna, e le chiese se potevamo aiutarla nel lavoro, e lei accettò con un senso di liberazione, così io mi misi subito alla leva della fontana mentre l'Arcangelo Raphael chiedeva alla donna com'era possibile che lei fosse in tanto triste disposizione in quel luogo di delizie, e lei mi rispose che era comparsa in quella città quando io vi ero arrivato.
Fu così che riempii cinquanta secchie, e intanto si fece sera, e dopo raggiunsi il mercante che aveva mandato la donna alla fontana, ed egli mi disse di portargli l'acqua, ché gli serviva per le sue officine, e quando ebbi compiuto il lavoro egli mi consegnò una sola moneta d'oro, che io portai subito, anche se mi sentivo spaurito, all'anziana signora.
Ma ella strinse la mia mano che teneva la moneta, e mi disse di custodirla, perché solo così forse un giorno lei avrebbe potuto ringiovanire.
E fu così che la Visione si interruppe, sì, fu così che la Visione si interruppe.