lunedì 14 aprile 2008

Il Ventiduesimo Aethyr

Mi scoprii circondato da un'immensa palude, e fango e sabbia e canneti erano dappertutto fino all'orizzonte, oltre il quale si vedevano risplendere le luci della città, perchè era notte.
E mi sentivo perso e spaventato, mentre scoprivo in lontananza una figura di Dèmone, che aveva un unico, gigantesco occhio giallo dalla pupilla nera e verticale, il suo capo gli arrivava fino alla vita, ed era munito di corna, la sua pelle era rossa, e una striscia villosa, partendogli dalla fronte, incrociava l'occhio per giungere fino ad un fitto pizzetto, era piuttosto basso di statura, e con le bracia e la mani artigliate mi faceva dei cenni, per invitarmi a raggiungerlo. Ma fui distolto da quella figura da un nugolo di Fuochi Fatui, che si presentarono davanti a me per indicarmi la via, e che io, perplesso, mi augurai fossero fate o lucciole, ed essi avanzavano, ed io li seguivo, e li seguii per lungo tempo, ma il Dèmone rimaneva sempre presente, sempre nello stesso luogo rispetto a me, ma poi le mie guide si precipitarono a terra, e vennero assorbite da essa, e scomparvero.
Così avanzai proprio dove esse erano scomparse, e mi ritrovai catturato dalle sabbie mobili, e per quanto mi dibattessi, e urlassi, e cercassi un appiglio, peggiore diventava la stretta, più forte diventava la presa, cossicché io pensai di avere sbagliato destinazione, così, quale triste fine avrebbe avuto il mio percorso!
Ma accadde che venissi totalmente assorbito, e mi ritrovai poi a precipitare sotto un cielo privo di stelle, e la luna era nuova, e non c'era illuminazione, e a tanta distanza ero dal suolo, che non riuscivo a percepire nulla sotto di me, e mi domandavo se ci fosse un suolo, o se fossi destinato a precipitare per sempre.
Finché un Angelo non venne ad assistermi, ed era l'Arcangelo Uriel, ed Egli mi afferrò nelle sue salde braccia, e mi aiutò a planare delicatamente, così che non potrei dire quale gioia inesprimibile fosse volare avvolto in quel conforto delle sue ali! E con Lui giungemmo ad una fitta ed intricata foresta.
Essa era di tale aspetto che avrebbe spaventato chiunque vi fosse giunto da solo, tanto era buio fitto all'interno e tanto i rami erano intricati tra loro, quasi a formare tettoie inestricabili, ma l'Arcangelo Uriel custodiva nella mano sinistra una spiga di grano, e nella mano destra una sfera luminescente, e così mi fece strada verso un gigantesco albero, i cui rami toccavano il tetto del cielo, ed Egli mi disse che quello era l'Albero Yggdrasil, e che ero giunto al Centro del Mondo.
L'albero era cavo nella sua base, così che l'Arcangelo mi spiegasse che quello era il segno del tempo, ed un ramo si dipartiva prominente, quasi a formare un naso, mentre nella sua corteccia si aprivano occhi gialli e solenni, di tale grandezza e splendore da offuscare addirittura la sfera che l'Arcangelo Uriel portava nella destra, ed una voce cavernosa e profonda sembrò emanare dalla cavità del tronco, e così Egli parlò, e disse:
- Io stabilisco la terra dal fulgore degli Eoni,
E non altro è vicissitudine, se non quello che avviene in me,
Così rabbrividiscono i cieli nella passione dei miei rami,
Mentre il moto dell'aria partecipa respirando
Della mia linfa,
Così come seppe Colui che in me compì l'autosacrificio
Per giungere al mistero delle Rune,
Io sono quello che abita al centro del planisfero,
E il giorno e la notte costituiscono l'alternarsi della mia vita,
Supremo consiglio è quello
Che nasce dal muoversi delle particelle del cosmo,
Enigma insoluto
Che trova rispondenza nell'ambito del periodarsi della vita. -
E poi nient'altro disse, ma mosse verso di me uno dei suoi lunghissimi ed arcuati rami, quasi come un tentacolo, e le sue foglie erano ferme e solenni, mentre io tremavo visibilmente; così l'Arcangelo disse: - Questo è il momento, fa' ciò che deve essere fatto, oppure abbandona per sempre il percorso. -
Ed io guardai il cielo, e poi, mormorando una preghiera, estrassi la Spada la cui lama era di Luce, e la cui elsa era di Tenebra, e con un unico colpo tagliai un ramo dell'Albero, che cadde al suolo, mentre dal moncone sortiva una goccia di sangue, e il ramo si tramutò in una Verga d'Oro, che io raccolsi, mentre il volto dell'Albero assumeva un aspetto di spaventosa concentrazione, e il ramo ricresceva con uno schianto sordo, frattanto che noi ci allontanavamo.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la Visione.

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