lunedì 25 febbraio 2008

Il Ventiquattresimo Aethyr

Mi ritrovai nel deserto, ma non soffrivo la sete o l'aridità, mentre il sole si alzava allo zenit facendo scintillare il paesaggio di sabbie, e neanche i miei occhi ne sofrivano.
In lontananza, sembrava ergersi una grande città, costruita in mattoni del colore del deserto, e più mi avvicinavo, più essa pareva diventare alta, fin quasi ad inglobare il sole stesso.
Raggiunsi le scalinate, inerpicandomi sugli alti gradini di esse, e mi scoprii a vagare in un labirinto infinito di palazzi ciclopici, all'interno del quale era stato coltivato un immenso giardino, sì, un immenso giardino nel deserto.
E avevo paura, perchè il percorso pareva impossibile da risolversi, mentre attorno a me si muovevano degli strani monaci, perché essi erano vestiti di un saio nero, e la loro pelle era di ossidiana, e i loro occhi di vetro colorato, e pur non sembrando essi notare la mia presenza, io notavo la loro, e li temevo.
Così avanzai per ore in quel labirinto, e nonostante ricordassi sensibilmente le scale che avevo percorso per accedervi, ero arrivato, nella disperazione, a credere anche che quel percorso non avesse né entrata né uscita.
Ma quando stavo quasi per piangere, perché credevo che non sarei più riuscito ad uscire dall'Aethyr, solo allora si aprì una porta nel sole, sì', solo allora si aprì una porta nel sole, e ne giunse un Angelo che portava una cintura alla vita con una guaina priva della sua spada, e mi porse da bere da un grande calderone l'Acqua della Consolazione, così mi sentii rinfrancato, ed egli mi prese per mano e mi condusse fino alla fine del viaggio.
Ma mentre mi avvicinavo all'uscita del Labirinto, sempre più mi sembrava di aver dimenticato qualcosa, e, di nuovo sulle sogle del deserto, mi rivolsi all'Angelo, e gli dissi: - Guidami indietro, guidami indietro, Tu sai che ho dimenticato qaualcosa. Così tornammo sui nostri passi, tra mastodontiche scalinate, infiniti tratti di mura ed aromi di alberi di pesco e cedri all'interno di esso, finché giungemmo ad una colonnina squadrata di muratura sulla quale era conficcata una Spada Magica, e io dissi che se era quella che ero venuto a prendere, mai l'avrei accettata, perché il mio doveva essere un viaggio pacifico, o piuttosto avrei interrotto le mie esplorazioni.
Ma Egli mi sorrise, e tutte le gioie e le armonie del mondo sembravano raccolte nella luce di quel Santissimo Volto, e mi disse di accettarla come Simbolo dell'Aethyr, e mi ricordai di re Artù e della sua storia. Così più volte tentati di sollevare quella spada, e più volte fallii, ed il dolore per gli sforzi fatti raggiunse dall'Aethyr il mio corpo, causandomi grande sollecitudine.
Allora l'Angelo si tolse la cintura con la guaina, e ne cinse i miei fianchi, e poi liberò la spada dalla colonnina così come si coglie una foglia dall'albero, e la introdusse nella guaina, dicendomi serenamente: - Ciò che ti è affidato sarà opportuno restituire.
E allora mi accorsi che la lama era di Luce, e l'elsa era di Tenebra, ed ebbi paura di quello che portavo, e mi sentivo goffo, ma l'Angelo non disse nulla, e tornò a condurmi verso l'uscita.
E mentre mi allontanavo, mi accorsi che i monaci raggiungevano con facilità le pareti esterne, ed erano muniti di lance, e si schieravano sopra le mura, come di guardia, mentre giungeva la notte, e mi parve che in quella posizione si addormentassero.
E fu allora che la Visione ebbe termine, sì, fu allora che la Visione ebbe termine.

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