Allora uscii dalla casa della Strega, ma, non appena varcai la porta,
lontano era da me il mare, lontane le imbarcazioni, lontane le isole,
e quando mi voltai per tornare indietro, e chiedere spiegazioni, la
casa non c'era più, ma solo un muro rosso alle mie spalle.
Mi ritrovai così per un territorio scorticato e riarso, montagnoso e
ripido, dove anche il Sole, a picco, lavorava industriosamente per
scorticare il cuoio capelluto e lacerare le vesti nel sudore. Mi
incamminai, muovendomi tra palazzi dal tetto a spiovente e di colore
viola, e dalle mura sbrecciate e sporche: alle finestre si levavano
robuste grate di ferro, ma arrugginite in più punti, i templi erano
inevitabilmente chiusi, e si levavano, qui e là, delle torri dal tetto
conico, attorno alle cui minacciose punte si ergevano sinistre e
terrificanti lame ricurve, che riflettavano il sole negli occhi,
rendendo il paesaggio ancora più terribile.
Incamminandomi per quelle strade, misi meccanicamente le mani nelle
tasche della tunica, come per trovarvi qualcosa che mi desse
sicurezza, e ritrovai l'ultimo dono della Strega: due grosse monete
d'oro, che mi avrebbero aiutato nella continuazione dei miei viaggi.
La più importante risorsa del luogo pareva essere la pastorizia,
dacché il posto era pieno di recinti, e, all'interno di essi, si
muovevano gli animali più conosciuti, assieme ad altri tipici del
luogo, come gli Enu, dei cervi con occhi che parevano tuorli d'uovo, e
che uscivano vistosamente, e grottescamente, dalle orbite, ed i
Padlàr, delle grosse ed arruffate palle di pelo, che rimbalzavano
vistosamente emanando il loro caratteristico urlo, ed erano i
principali fornitori di NeroLatte. I volti di questi ultimi erano
vistosamente schiacciati e feriti, e spesso mancavano loro uno od
entrambi gli occhi, a causa dei tentativi di scavalcare, rimbalzando,
il recinto che, per limitare questi tentativi di fuga, per lo più
involontari, dato il bassissimo livello di intelligenza di quelle
bestie, all'interno era costellato di aguzze e fetide spine.
Trovai sul mio percorso un negozio di vestiti, e giacché le mie vesti
esotiche causavano mormorii infastididi e sguardi feroci da parte dei
passanti, entrai all'interno, ed acquistai degli abiti dal tipico
sapore orientale, come tutto in quel luogo, che esponeva camicie di
broccato arricchite da ricami, pantaloni in tessuto che sapevano del
blu della sera e della notte, e che, varcata una porta, presentava una
bottega di calzolaio, laddove venivano confezionate e cucite a mano
scarpe di buona fattura, ed elevata qualità: era un negozio per i
sinistri nobili che risiedevano nelle torri, lì spesi la mia prima
moneta d'oro, e ne uscii doviziosamente vestito ed avvolto da un
mantello viola.
Proseguii per la strada finché non incontrai un drappello di guardie:
portavano un elmo conico, lance di frassino dall'acuminata punta in
metallo, e divise argentate e nere, terribili nell'aspetto, il loro
sguardo feroce era reso più minaccioso dal modo in cui il metallo che
portavano, e l'argento che indossavano, riflettavano i raggi del sole
o rappresentavano la corona lunare. Non mi parlarono, ma mi indicarono
in modo brusco e selvaggio di cambiare strada, e così feci: non sapevo
parlare la loro lingua, ma vidi che la grata di una delle case era
stata divelta, non con degli strumenti, o precisamente, ma con
maniacale brutalità e ferocia, quasi ricorrendo alla rude forza di
mani della tenacia dell'acciaio, e così non feci domande, ma seppi
che, in quel luogo, era stato commesso un crimine.
Non potevo fare nulla al riguardo, e non sapevo per quanto tempo sarei
stato costretto a rimanere in quel luogo sinistro e spaventoso, così,
essendo la mia barba ormai diventata lunga, a causa di quelle mie
peripezie continue, decisi di raggiungere una bottega di barbiere, ed
entrando, venni accolto da una fila di sedili in legno, una parete
opposta ad esse, mostrava invece il gigantesco volto di un Genio dalla
pelle viola, dalle lunghe zanne d'elefante, e dai capelli neri ed
arruffati, che sorrideva felice, perché era stato ben rasato.
Il barbiere era un tipo tracagnotto e sorridente, e, non appena lo
vidi, mi passai una mano sul volto, per indicargli che avevo bisogno
di una bella rasata: egli abbandonò il libriccino pornografico che
aveva scritto lui stesso per i clienti, e nel quale orde di Genii si
fottevano le loro donne in tutti i modi e in tutte le posizioni, e mi
disse:
- Non c'è bisogno della comunicazione gestuale qui, si vede benissimo
che lei non è del posto: Viaggiatore Etirico? -
Turbato, risposi: - Esattamente. -
- Anch'io lo ero, prima di beccarmi una bella Maledizione che mi
confinò in questa bottega, senza possibilità di uscita: dormo qui,
bevo e mangio qui, il cibo me lo portano i clienti, e leggo sempre
questo volumetto, che ormai so a memoria, parola per parola, per
passare il tempo, a ciò si aggiunge che non posso neanche invecchiare
in questo luogo, e quindi la mia Maledizione eterna, o meglio,
invecchiare posso, sì, ma non morire. Fortunatamente non è passato
molto tempo da quando fui maledetto, forse quattro o cinque anni, non
lo so perché non posso conteggiare i giorni, lei mi capirà di sicuro,
diversamente non voglio immaginare in che aspetto mi avrebbe trovato:
posso anche patire la fame e la sete, ma non posso morirne...comunque,
sembra che a lei sia andata meglio, almeno sinora.....-
Toccandomi il mio Talismano naturale, risposi: - Sì,
effettivamente....-
- Una bella rasata? -
Avevo paura di mettere la mia gola nella mani di quel tipo, tuttavia
acconsentii, perché questo è il genere di esperienze che si fanno
negli Aethyr, e, diversamente, non vale neanche la pena di invocarli,
così mi sedetti, e parlammo mentre mi faceva la barba, e così venni a
sapere molte cose.
Seppi che il luogo era infestato da un Vampiro che risiedeva lì da
molto tempo, e che il Concilio dei Nobili, e il suo Margravio, gli
erano totalmente soggetti, e così le forze dell'ordine, che
intervenivano tutt'altro che tempestivamente, ed esclusivamente per
archiviare come caso burocratico qualunque evento fosse attribuibile
al Vampiro, che teneva segregate le persone per molto tempo, usandole
come continua fonte di nutrimento, e che solo quando le aveva
consumate totalmente e irreparabilmente, andava di nuovo a caccia. La
cosa più atroce che seppi, fu che c'erano casi in cui sparivano i
bambini dalle culle, e, al loro posto, venivano trovati dei
bambolotti. Inoltre, nessuno poteva sapere se, all'interno del
Castello che costituiva il centro del paese, ci fosse un solo Vampiro,
od un'intera famiglia, forse guardata da altre creature mostruose,
sicuramente da trappole. In ultimo, che la maledizione del barbiere
aveva a che fare con questa situazione, perché si sarebbe spezzata,
solo quando il paese fosse stato liberato dal Vampiro.
Allora gli chiesi se c'era gente nel luogo, magari proveniente dalle
forze dell'ordine, possibilmente addestrata, che fosse disposta a
formare un piccolo ma determinato manipolo per liberare il paese da
quella sciagura, che fosse stufa, che avesse avuto delle vittime in
famiglia, e gli dissi che io mi sarei posto al comando di quel pugno
di uomini per affrontare la situazione. La sua bottega, a causa della
maledizione, era intoccabile, e, lui, poteva parlare con tutti.
Mi disse che qualcuno c'era, e che sarebbe occorso del tempo per
organizzare la cosa, forse un paio di settimane e che, nel frattempo,
mi avrebbe nascosto, se lo desideravo: accettai, e gli dissi che non
gli avrei pagato la rasatura, ma che, quando tutto sarebbe finalmente
finito, lui avrebbe riottenuto la libertà, e, con essa, una moneta
d'oro.
E fu così che ebbe termine la Visione, sì, fu così che ebbe termine la
Visione.
sabato 14 febbraio 2009
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